Bianco x Nero = Nero

Bianco x Nero = Nero

Autore:  Jorge Majfud

The University of Georgia

 

Tradotto da  Giorgia Guidi

 

Il centro dei dibattiti all’interno del partito Democratico degli Stati Uniti è un caso interessante e, qualunque sia il risultato, significherà un cambiamento relativo. Non è una sorpresa per coloro che lo hanno visto da una prospettiva storica. Senza dubbio, la più probabile vittoria di Hillary Clinton non sarà così significativa come può esserlo quella di Obama. Non li separa tanto il genere o la razza, ma un divario generazionale. Una, rappresentante di un passato egemonico; l’altro, rappresentante di una gioventù un po’ più critica e disillusa. Una generazione, credo, che opererà cambiamenti importanti nel prossimo decennio.

Ciononostante, in fondo in fondo, quello che ancora non è cambiato radicalmente sono i vecchi problemi razziali e di genere. Il centro, e soprattutto, l’essenza dei dibattiti sono stati: gender or race, mentre si afferma il contrario. È significativo che nel mezzo di una crisi economica e di timori di recessione, le discussioni più accalorate non siano sull’economia, ma sul genere e sulla razza. Nella potenza economica che, dovuto alla sua economia, ha dominato o influito sulla vita di quasi tutti i paesi del mondo, l’economia non è stato quasi mai il tema centrale come può esserlo in paesi come quelli latinoamericani. Forse capisco che il disinteresse per la politica sia proprio della popolazione di una potenza politica di livello mondiale. Quando ci sono un deficit fiscale o delle cadute del PIL o l’indebolimento del dollaro, i più conservatori hanno sempre tirato fuori i loro temi preferiti: la minaccia esterna, la guerra di turno, la difesa della famiglia, la negoziazione di diritti civili alle coppie dello stesso sesso e, in generale, la difesa dei “valori”; questo è, i valori morali secondo le loro interpretazioni e i loro profitti. Ma adesso le più recenti indagini indicano che l’economia è diventata uno dei temi principali di attenzione per la popolazione. Questo succede ogni volta che il macchinario economico si avvicina a una recessione. Ciononostante, i candidati alla presidenza temono di staccarsi troppo dal discorso conservatore. Forse Obama è andato un po’ troppo lontano in questo distacco, criticando l’abuso della religione e un certo tipo di patriottismo mentre Hillary ha riscattato il breve ed efficace ritornello del suo sposo che nel 1992, nel mezzo della recessione della presidenza di George W. Bush, lo ha portato alla vittoria: “it’s the economy, stupid”. Il suo facile consumo si deve a questa semplicità che capisce la generazione McDonald.

Hillary Clinton è figlia di un uomo e di una donna ma, malgrado quello che possa dire la psicoanalisi, tutti la vedono come una donna, and period. Barack Obama è figlio di una bianca e di un nero, ma è nero punto e basta. Quest’ultimo si deduce da tutto il linguaggio che viene impiegato nei mezzi di comunicazione e all’interno della popolazione. Nessuno ha osservato qualcosa di tanto ovvio come il fatto che possa essere considerato tanto bianco quanto nero, se si ammettono quelle categorie arbitrarie. Ciò rappresenta la stessa difficoltà che si ha nel vedere la mescolanza di culture nel famoso “melting pot”: gli elementi vengono mescolati, ma non si mescolano. Dalla fusione di rame e stagno non nasce il bronzo, ma rame e stagno. Si è bianco o si è nero. Si è ispano-americano o si è asiatico. Chi ne è danneggiato è John Edwards, un  talentuoso uomo bianco che è venuto fuori dalla povertà e sembra non averla dimenticata, ma non ha nulla di politicamente corretto per essere affascinante. Non è neppure brutto o maleducato, qualcosa che possa muovere un pubblico compassionevole.

Ma le parole possono e in politica quasi sempre lo fanno, creano la realtà opposta: Hillry Clinton ha detto pochi giorni fa, in Carolina del Sud, che amava queste primarie perché sembra che verrà nominato un afro-americano o una donna e nessuno perderà neppure un solo voto a causa del suo genere, qui si evita la parola “sesso”, o della sua razza (“I love this primary because it looks like we are going to nominate an African-American man or a woman and they aren’t going to lose any votes because of their race or gender”). Ragione per la quale Obama parla alle donne e Hillary agli afro-americani. Ragione per la quale, la Florida e la California, due degli stati più ispano-americani dell’Unione faranno resistenza ad appoggiare Obama, il rappresentante dell’altra minoranza.

Così, mentre abitudinariamente si è passati a disprezzare la qualifica di “politicamente corretto”, nessuno vuole smettere di esserlo. I dibattiti delle elezioni 2008 mi ricordano la Scatoletta Felice di McDonald. Tanto spreco di allegria, felicità, sorrisi allegri non necessariamente significano salute. La Segretaria di Stato della più grande potenza mondiale è una donna nera. Da tempo, una donna afro-americana ha più influenza su vasti paesi di milioni di uomini bianchi. Ciononostante, la popolazione nera degli Stati Uniti, come quella di molti paesi latinoamericani, non è ancora proporzionalmente rappresentata all’ interno delle classi alte, nelle università e nei parlamenti mentre la sua rappresentanza è eccessiva nei quartieri più poveri e nelle carceri dove competono a morte con gli ispano-americani a causa dell’egemonia di questo dubbioso regno.

Jorge Majfud

 

La Era de Barbaria

L’ era della Barbarie (Italian)

La Era de Barbaria

 

En el año de Barbaria se comenzaron los viajes anuales al año treinta y tres. Se eligió ese año porque, según las encuestas, la crucifixión de Cristo llamaba la atención de más gente en Occidente, y se pensó en este sector social por razones económicas, ya que los viajes al pasado no habían sido dirigidos ni mucho menos financiados por el gobierno de ningún país, como alguna vez ocurrió con los primeros viajes al espacio, sino por una empresa privada. El grupo financiero que hizo posible la maravilla de viajar por el tiempo fue Axa, a instancias del Ordenador mayor de Tecnologías Blue, que sugirió infinitas ganancias por prestación de “servicios turísticos”, como en su momento se llamó. Desde entonces, varios grupos de treinta personas han viajado al año treinta y tres para presenciar la muerte del Nazareno, como antiguamente hacían los turistas comunes cuando en cada equinoccio se concentraban al pie de la pirámide de Chitchen-Itzá, para presenciar la formación de la serpiente con las sombras que la pirámide arrojaba sobre sí misma.

El mayor inconveniente que encontró Axa fue el reducido número de turistas que podían asistir al evento por vez, lo que generaba ganancias que no estaban acordes con las expectativas millonarias de la inversión, por lo que de a poco se fue llevando ese número hasta la cifra de cuarenta y cinco, a riesgo de llamar la atención de los antiguos pobladores de Jerusalén. Luego la cifra fue conservada sin alteraciones, a instancia de uno de los principales accionistas de la empresa que arguyó, razonablemente, que la conservación de ese hecho histórico en estado original era la base que justificaba los viajes, y que si cada grupo producía alteraciones en los hechos, ello repercutiría en un abandono del interés general por realizar ese tipo de viajes.

Con el tiempo se comprobó que cada alteración histórica de los hechos, por mínima que fuera, era casi imposible de reparar. Lo que ocurría cuando alguno de los viajantes no respetaba las reglas de juego y pretendía llevarse algún recuerdo del lugar. Como fue el caso más conocido de Adam Parcker que, con increíble destreza, logró recortar un trozo triangular de la túnica roja del Nazareno, probablemente en el momento en que éste cae rendido por el cansancio. El hurto no significó alguna alteración en las Sagradas Escrituras, pero le sirvió a Parcker para hacerse rico y famoso, ya que el diminuto trozo de lienzo pasó a costar una fortuna y no pocos de los viajeros que se tomaron la molestia y el gasto de retroceder miles de años lo hicieron para ver dónde le falta al Nazareno el “Triángulo de Parcker”.

Algunos pocos han puesto objeciones a este tipo de viajes que, aseguran, terminarán por destruir la historia sin que podamos advertirlo. En efecto, es así: por cada cambio que se introduce en un día cualquiera, infinitos cambios se derivan de él, siglo tras siglo, diluyéndose de a poco o multiplicándose en sus efectos. Para advertir un mínimo cambio en el año treinta y tres sería inútil recurrir a las Sagradas Escrituras, porque todas las ediciones, por igual, acusarían el golpe olvidando completamente el hecho original. Cabría una posibilidad de rastrear cada cambio proyectando otros viajes a años anteriores al año de Barbaria, pero a nadie le importaría un proyecto semejante y no habría forma alguna de financiarlo.

Tampoco importa ya la discusión sobre si la historia debe quedar como está o es lícito modificarla. Pero esto último es, en todo caso, peligroso, ya que es imposible prever los cambios resultantes que produciría cualquier alteración. Sabemos que cualquier cambio podría no ser catastrófico para la especie humana, pero sería catastrófico para los individuos: no seriamos nosotros los que estaríamos vivos ahora, sino cualquier otro.

En una posición contraria se encuentran los grupos religiosos más radicales. Los servicios de información de Barbaria han descubierto recientemente que un grupo de evangelistas, pertenecientes a la Iglesia Verdadera de Dios, de Sao Pablo, hará el viaje al año treinta y tres. Gracias a la limosna de sus fieles, el grupo ha logrado reunir la suma varias veces millonaria que cobra Axa por el ticket. Lo que aún no se ha podido confirmar son las intenciones del grupo. Se dice que pretenden hacer volar el Gólgota e incendiar Jerusalén en el momento de la Crucifixión, para que de esa forma lleguemos al tan ansiado Fin de los tiempos. Toda la historia desaparecería; todo el mundo, incluidos los judíos, reconocerían el error, se volverían al cristianismo en el año treinta y tres y el mundo entero viviría bajo el Reino de Dios, tal como estaba descrito en los Evangelios. Lo cual es discutido por otra gente.

Otros no se explican cómo los viajantes pueden presenciar la crucifixión sin tratar de evitarla. La respuesta teológica es obvia, por lo cual los menos interesados en evitar el martirio del Mesías son sus propios seguidores. Pero para los demás, que son la mayoría, Axa ha decretado sus propias reglas éticas: “De la misma forma que no evitamos la muerte de un siervo entre las garras de un león, cuando viajamos al África, tampoco debemos evitar las aparentes injusticias que se comenten con el Nazareno. Nuestro deber moral es conservar la naturaleza y la historia como están”. La crucifixión es patrimonio de la Humanidad, pero, sobre todo, sus derechos han sido adquiridos totalmente por Axa.

De hecho, los cambios serán cada vez más inevitables. Después de seis años de viajes al año treinta y tres, se pueden ver, a los pies de la cruz, tapas de refrescos y escrituras con lápiz químico en el palo mayor, algunas de las cuales rezan: “tengo fe en mi señor”, y otras sólo se limitan a poner el nombre de quien estuvo por allí, junto con la fecha de partida, para que las futuras generaciones de viajantes lo recuerden. Por supuesto, también la empresa comienza a ceder ante la presión de los clientes insatisfechos, apuntando a un mejoramiento radical en los servicios. Por ejemplo, Barbaria acaba de enviar un representante técnico al año veintiséis para que logre la producción de cinco mil metros cúbicos de asfalto y negocie con Pilatos la construcción de un corredor más confortable para vía Dolorosa, lo que hará menos fatigosa la recorrida de los viajantes y, además, sería un gesto misericordioso con el Nazareno que más de una vez se rompió los pies con las piedras que no veía en su camino. Se ha calculado que la mejora no significará cambios en las Sagradas Escrituras, ya que allí no se demuestra preocupación especial por el urbanismo de la ciudad.

Con estas medidas, Axa pretende ponerse a salvo de la lluvia de reclamos que viene sufriendo por supuestas insuficiencias del servicio, teniendo que enfrentar últimamente juicios muy costosos de clientes que han gastado una fortuna y no han regresado complacidos. El motivo de los reclamos no siempre es causado por el fuerte calor de Jerusalén, o por la congestión en la que se encuentra atrapada la ciudad el día de la crucifixión. Sobre todo se debe a las expectativas no satisfechas de los viajantes. La empresa se defiende diciendo que las Sagradas Escrituras no fueron escritas bajo su control de calidad, sino que son solo documentos históricos y, por lo tanto, exagerados. Allí donde muere el Nazareno, en lugar de haber una noche profunda y estremecedora apenas se oscurece el cielo por una concentración excesiva de nubes, y nada más. Los católicos han declarado que este hecho, como todos los referidos en los Evangelios, debe tomarse en su valor simbólico y no meramente descriptivo. Pero a la mayor parte de la gente no satisfizo la respuesta de Axa ni la del Papa Juan XXV, que salió en defensa de la multinacional, gracias a la cual la gente ahora puede estar más cerca de Dios.

Jorge Majfud
Jerusalén, 1995

 

 

L’ era della Barbarie

L’ era della Barbarie

Jorge Majfud

Translated by Francesca Sammartino

Nell’ era della Barbarie cominciarono i viaggi a ritroso nel tempo all’anno trentatre. Venne scelto quell’anno perché, secondo le statistiche, la Crocifissione di Cristo attraeva l’attenzione di più gente dall’Occidente, e si pensò a questo settore sociale per ragioni economiche, giacché i viaggi, nel passato, non erano stati né diretti né tanto meno finanziati dal governo di nessun paese come in altri tempi era successo per i primi viaggi nello spazio, ma da un’ azienda privata. Il gruppo finanziario che rese possibile la meraviglia di viaggiare nel tempo fu l’Axa, sotto richiesta del maggior cervellone delle Tecnologie Blue, che fece intravedere infiniti profitti per la prestazione di “servizi turistici”, come vennero chiamati in quel momento. Da allora vari gruppi di trenta persone hanno viaggiato all’anno trentatre per presenziare alla morte del Nazareno, come facevano anticamente i turisti comuni quando, ad ogni equinozio, si concentravano ai piedi della piramide di Chitchen-Itzá per presenziare alla formazione del serpente data dalle ombre che la piramide gettava su se stessa.

Il maggior inconveniente che ebbe l’Axa fu il numero ridotto di turisti che potevano assistere all’evento di volta in volta, cosa che determinava profitti che non erano concordi con le aspettative milionarie dell’investimento, motivo per cui, di lì a poco, venne alzato questo numero fino alla cifra di quarantacinque, con il rischio di attirare l’attenzione degli antichi abitanti di Gerusalemme. Poi la cifra venne mantenuta senza alterazioni, su richiesta di uno dei principali azionisti dell’impresa che argomentò, ragionevolmente, che la conservazione di questo fatto storico allo stato originale era la condizione basilare che giustificava i viaggi e che se ogni gruppo avesse prodotto alterazioni nei fatti, la cosa si sarebbe ripercossa portando ad un abbandono dell’interesse generale nel realizzare questo tipo di viaggi.

Con il tempo si capì che ogni alterazione storica dei fatti, per minima che fosse, era quasi impossibile da riparare. Questo succedeva quando qualcuno dei viaggiatori non rispettava le regole del gioco e pretendeva di portarsi a casa qualche souvenir. Il caso più famoso fu quello di Adam Parcker che, con incredibile destrezza, riuscì a ritagliare un pezzetto triangolare della tunica rossa del Nazareno, probabilmente nel momento in cui questi cadde stravolto dalla fatica. Il furto non causò nessuna alterazione delle Sacre Scritture, ma servì a Parcker per diventare ricco e famoso, giacché il minuscolo pezzetto di tela venne valutato una fortuna e non pochi viaggiatori tra quelli che si erano scomodati ad arrivare fino a lì e avevano pagato per andare indietro nel tempo di più di mille anni, lo avevano fatto per vedere da dove mancasse al Nazareno il “Triangolo di Parcker”.

Qualcuno ha fatto obiezioni su questo tipo di viaggi che, assicurano, finiranno per distruggere la storia senza che ce ne possiamo rendere conto. E difatti è così: per ogni cambiamento che si introduce in un giorno qualunque, infiniti cambiamenti deriveranno, secolo dopo secolo, diluendosi a poco a poco o moltiplicandosi nei propri effetti. Per percepire il minimo cambiamento nell’anno trentatre sarebbe inutile ricorrere alle Sacre Scritture, perché tutte le edizioni, allo stesso modo, assorbirebbero il colpo facendo dimenticare completamente il fatto originale. Ci sarebbe la possibilità di rastrellare ogni cambiamento inviando altri viaggiatori ad anni anteriori a quello della Barbarie, ma a nessuno importerebbe un progetto così e non ci sarebbe nessun modo per finanziarlo.

Ormai non importa nemmeno il dibattito sul fatto che la storia debba rimanere come sta o se è lecito modificarla. Quest’ ultima opzione, ad ogni modo, è pericolosa, giacché è possibile prevedere i cambiamenti risultanti che potrebbero essere prodotti da qualsiasi alterazione. Sappiamo che qualsiasi cambiamento potrebbe non essere catastrofico per la specie umana, ma potrebbe esserlo per gli individui: non saremmo più noi quelli che stanno vivendo adesso, ma un altro qualsiasi.

Su una posizione contraria si trovano i gruppi religiosi più radicali. I servizi di informazione di Barbarie hanno scoperto recentemente che un gruppo di Evangelisti, appartenenti alla Chiesa Vera di Dio, di San Paolo, farà il viaggio verso l’ anno trentatre. Grazie alle offerte dei propri fedeli, il gruppo è riuscito a mettere insieme la somma più che milionaria che richiede l’Axa per il biglietto. Quello che ancora non è stato possibile confermare sono le intenzioni del gruppo. Si dice che vogliano far saltare il Golgota e incendiare Gerusalemme nel momento della Crocifissione, perché si arrivi in questa maniera, alla tanto attesa Fine dei Tempi. Tutta la storia scomparirebbe; tutti, compresi gli ebrei, riconoscerebbero l’errore, si convertirebbero al cristianesimo nell’anno trentatre e il mondo intero vivrebbe nel regno di Dio, così come era descritto nei Vangeli. Tutto questo è molto dibattuto da altre persone.

Altri ancora non si spiegano come i viaggiatori possano presenziare alla Crocifissione senza cercare di evitarla. La risposta teologica e ovvia, per cui i meno interessati ad evitare il martirio del Messia sono i suoi stessi proseliti. Ma per gli altri, che sono la maggioranza, Axa ha decretato le sue regole etiche: “Allo stesso modo in cui non evitiamo la morte di un cervo tra le fauci di un leone quando facciamo un viaggio in Africa, così non dobbiamo nemmeno evitare le apparenti ingiustizie che si commettono contro il Nazareno. Il nostro dovere morale è quello di conservare la natura e la storia così come sono”. La Crocifissione è patrimonio dell’Umanità, ma soprattutto, i suoi diritti sono stati acquistati completamente dall’Axa.

Di fatto, i cambiamenti saranno sempre più inevitabili. Già dopo sei anni di viaggi all’anno trentatre, si possono vedere ai piedi della croce, tappi di bibite e scritte con il pennarello sul palo portante, alcune delle quali recitano: “Ho fiducia nel mio signore”, altre si limitano solo al nome di chi è stato lì, insieme alla data di partenza, perché le generazioni future di viaggiatori lo ricordino. Ovviamente anche l’azienda comincia a cedere davanti alla pressione dei clienti insoddisfatti, che chiedono un miglioramento radicale nei servizi. Per esempio Barbarie ha appena inviato un rappresentante tecnico all’anno ventisei per ottenere la produzione di cinquemila metri cubi di asfalto e per negoziare con Pilato la costruzione di un corridoio più comodo per la Via Crucis, cosa che renderà meno faticoso il percorso dei viaggiatori e rappresenterebbe, inoltre, un gesto misericordioso per il Nazareno che più di una volta si è rotto i piedi con i sassi che non vedeva lungo il suo cammino. Si è calcolato che la miglioria non apporterà cambiamenti alle Sacre Scritture, dato che in queste non vi è una particolare preoccupazione per l’ urbanistica della città.

Con queste misure Axa vuole mettersi al sicuro dalla pioggia di reclami che sta subendo a causa di ipotetiche insufficienze del servizio, dovendo far fronte ultimamente a cause molto costose di clienti che hanno speso una fortuna e non sono tornati soddisfatti. Il motivo dei reclami non è sempre causato dal gran caldo di Gerusalemme, o dalla congestione nella quale si trova intrappolata la città il giorno della Crocifissione. Si deve soprattutto alle aspettative non soddisfatte dei viaggiatori. L’azienda si difende dicendo che le Sacre Scritture non sono state scritte sotto il loro controllo di qualità, ma che sono solo documenti storici e quindi esagerati. Lì dove muore il Nazareno invece di esserci una notte profonda e straziante c’è un cielo appena appena un po’ più scuro a causa dell’eccessiva concentrazione di nuvole e niente più. I cattolici hanno dichiarato che questo fatto, come tutti quelli riferiti ai Vangeli, deve prendersi nel suo valore simbolico e non meramente descrittivo. Ma la maggior parte della gente non è stata soddisfatta dalla risposta di Axa e nemmeno di quella di Papa Giovanni XXV che si è schierato in difesa della multinazionale, grazie alla quale la gente ora può essere più vicina a Dio.

La vida humana como efecto colateral

Niños de Tilcara saliendo del cole

Image by zaqi via Flickr

La vita umana come effetto collaterale (Italian)

Bitacora (La Republica)

La vida humana como efecto colateral


 

Cada vez que regreso a Uruguay me impacta lo previsible. No descubro novedades pero mi capacidad de asombro se renueva. Siempre he considerado que la sensibilidad es la mejor aliada de la razón: es aquello que nos sorprende lo que nos obliga a reflexionar. Es la intuición la que guía a la razón y no a la inversa, como se presume siempre. Sin las emociones el análisis se pierde, como un forense buscando el origen de la vida en una morgue. Y es eso, precisamente, en lo que se está convirtiendo nuestro querido país, pequeña región geográfica y humana con un pasado brillante: en una morgue donde sus directores discuten sobre el número de muertos, sobre las causas de cada fallecimiento, sobre cómo evitar el olor nauseabundo que se incrementa día a día sin dar suficiente tiempo de recuperación a las narices que se anestesian junto con los ojos que todavía miran pero ya no ven. De vez en cuando alguno de los directores de la morgue se queja de los cadáveres: hemos diseñado todo tipo de planes sociales, les hemos inyectado suero, el aire acondicionado ha mejorado, pero ellos se niegan a levantarse. Hay gente que prefiere seguir tirada en la calle a vivir como la gente.

Hace unos días murió un niño de hambre y otro de diarrea. Poco después los gusanos comieron vivo a un pequeño de trece meses. No es necesario entrar en detalles descriptivos. Bastará con apuntarlo y no dejarlo pasar como un fenómeno climático sino de verdadera injusticia social. Al mismo tiempo que todo esto ocurre, nuestro vicepresidente continúa su heroica batalla por demostrar que los criterios para medir la pobreza son erróneos y, por lo tanto, deberíamos considerar una cifra un poco más baja de la que publican los técnicos de la salud.

Pero estos niños muertos son niños de la periferia. Marginados. Son efectos colaterales. No duelen.

En este momento me interesa entrar en el pantano. Está en juego la relación con el otro y las instituciones en general, porque cada vez que un niño muere de hambre el Estado pierde su razón de ser. Y en esto hay que decir que el Estado ha perdido la razón reiteradamente. Si la mayor Institución que se ha dado la sociedad es capaz de reparar un semáforo cada vez que se descompone, ¿cómo no es capaz de evitar que un niño se muera de hambre? He escuchado muchas veces que un gran porcentaje de los seres humanos que duermen en las calles, con la cabeza apoyada en la vereda a cero grado centígrado, bajo la violencia del clima y bajo la violencia moral de ser vistos en esa degradación, se niegan a concurrir a un local donde tienen comida y colchones. Ergo esos individuos son responsables de su desgraciada condición. En inglés hasta suena distinguido: son homeless. Pero cuántos de nosotros no nos volveríamos dementes en situaciones de violencia semejantes y reiteradas como lo están esas personas?

Pero como los pobres son “responsables” de su pobreza, así como los alcohólicos y los drogadictos son responsables de su vicio, podemos dejarlos tirados y el mundo seguirá andando. Ahora, si un hombre amenaza con tirarse de un décimo piso, ¿qué hace el Estado? En teoría, ese hombre está en su derecho de hacer con su existencia lo que quiera. Sin embargo, a nadie se le ocurriría dejarlo ejercer su derecho. ¿Por qué? Siempre argüiremos que esa persona no está bien de la cabeza y, por lo tanto, debemos ayudarla a desistir de su intento. Entonces enviamos bomberos, policías y psicólogos para “persuadirlo” de su intento, no vaya a ser que ensucie la calle y cunda el mal ejemplo. ¿Está bien esto? Más allá de una discusión filosófica sobre el derecho, la intuición nos grita que sí. Entonces, ¿por qué dejamos a un hombre tirado en la calle? ¿Por qué la mayor organización de la sociedad, el Estado, no se hace responsable por cada niño que muere de hambre, en lugar de echarle la culpa a una madre que vive en un basurero y ya ha dejado de pensar?

Mal, esto es el árbol de hojas secas. Ahora tratemos le ver el bosque.

Durante décadas, el Río de la Plata fue un río de inmigrantes. Millones de hombres y mujeres bajaron de los barcos a esta tierra desconocida para plantar su raza y sus costumbres. En su gran mayoría eran europeos, representantes orgullosos de una cultura avanzada, de una historia llena de grandes imperios y ominosas dominaciones, que muchas veces se confundió con una raza inexistente: la raza blanca. Sin embargo, aquellos abuelos nuestros que bajaron de los barcos en su mayoría eran analfabetos, víctimas de las más obscenas persecuciones o delincuentes comunes. Por lo general, gente que no tenía muchas razones para sentirse orgullosa. No porque fueran pobres y analfabetos, sino porque venían de una Europa enferma, guerrera y puritana, la mayoría de las veces arrastrando profundos prejuicios, inútiles rigurosidades morales que se parecían más a la inhumanidad y a la mentira que a la sabiduría.

Un minúsculo hecho acontecido en el puerto de Buenos Aires retrata con perfecta economía algunos de aquellos conquistadores, que no carecieron de virtudes pero que por regla general hicieron todo lo posible por olvidar sus defectos, esos mismos que la antropología intentó disimular en los libros. El milagro me lo transmitió mi tío Caíto Albernaz, un campesino sin universidad pero con muchos libros al lado del arado y una inteligencia ética demasiado fina para ser escuchada sin fastidio, destruido hace ya muchos años por la dictadura militar. Yo era un niño aún y le escuché contar, con la misma brevedad, mientras escuchábamos el canto o la queja de un ave nocturna, inubicable en el extenso horizonte del atardecer: “Todavía con las valijas en las manos, un grupo de inmigrantes se cruzó con otro grupo de otra nacionalidad, probablemente de algún país periférico de Europa. Entonces, uno le dijo a otro: Nuestra lengua es mejor porque se entiende.”

Con el tiempo, esta iluminación de la ignorancia se fue ocultando bajo una espesa capa de cultura. Sin embargo, en lo más profundo de nuestro corazón occidental, aún sobrevive la actitud primitiva que considera nuestra propia lengua la mejor lengua, nuestra moral la mejor moral y, aunque nos duela, nuestros muertos las únicas víctimas. Y para darse cuenta de esto no es necesario una universidad sino la sensibilidad de aquel campesino que sabía escuchar a los pájaros.

Durante todo el siglo XX, uno de los principios éticos que justificó cada genocidio y cada matanza, en masa o a pequeña escala, fue aquel en el cual se establecía que “el fin justifica los medios”. Como era de esperar, los nobles fines nunca llegaron y, por ende, los medios terminaron por perpetuarse, es decir, los medios se impusieron como fines. (Así suele ocurrir con las Causas cuando se transforman en ideologías, o con la Fe cuando se transforma en dogma.) Lo cual es doblemente lógico, ya que si uno pretende defender la vida con la muerte, el uso de este último recurso hace imposible el logro perseguido. Al menos que el logro sea la resurrección indiscriminada.

Con el transcurso del tiempo, las retóricas y las ideologías han ido cambiando. Sólo cambiando; no han desaparecido en ningún momento. De hecho, el precepto de que “el fin justifica los medios” se encuentra tan vigente hoy como pudo estarlo en tiempos de Stalin o de Nerón. Ahora, de una forma más técnica y menos filosófica, se entiende el mismo concepto con la expresión “efectos colaterales”

Veámoslo un poco más de cerca. En los últimos cincuenta años se han venido realizando intervenciones militares, por parte de las mayores potencias mundiales, con el objetivo de mantener el Orden, la Paz, la Libertad y la Democracia. No vamos a ponerlo en duda —esto complicaría el análisis ya desde el comienzo—. En cada una de estas intervenciones en defensa de la vida ha habido muertos, por supuesto. A diferencia de las antiguas guerras, los muertos escasamente son militares (lo que hace de este oficio uno de los más seguros del mundo, más seguro que el oficio de periodista, de médico o de obrero de la construcción) y nunca son los promotores de tan arriesgadas empresas. Por regla común, los nuevos muertos son siempre civiles, algún viejo que no pudo correr a tiempo, algún joven inconsulto, sin voz ni voto, alguna mujer embarazada, algún feto abortado.

Miremos por un momento estos muertos que no nos tocan ni nos salpican. ¿Son muertos imprevistos? Creo que no. A nadie puede sorprender que en un ataque militar haya muertos. Los muertos y las guerras poseen lazos históricos, así como las guerras y los intereses corporativos. Tan previsibles son estos muertos que han sido definidos, en bloque, como “efectos colaterales”. No es cierto que las “bombas inteligentes” sean tontas; hasta un genio se equivoca, eso lo sabemos todos. Ahora, el problema ético surge cuando se acepta sin cuestionamientos que estos “efectos colaterales” son, de cualquier manera, inevitables y no detienen nunca la acción que los produce. ¿Por qué? Porque hay cosas más importantes que los “efectos colaterales”, es decir, hay cosas más importantes que la vida humana. O por lo menos de cierto tipo de vida humana.

Y aquí está el segundo problema ético. Aceptar que en un bombardeo la muerte de centenares de inocentes, hombres, niños y mujeres, puedan ser definidos como “efectos colaterales” es aceptar que existen vidas humanas de “valor colateral”. Ahora, si existen vidas humanas de valor colateral, ¿por qué se inicia una acción de este tipo en defensa de la vida? La razón y la intuición nos dice que el precepto lleva implícita la idea, no cuestionada, de que existen vidas humanas de “valor capital”.

Un momento. Ante tan grotesca conclusión, debemos preguntarnos si no hemos errado en nuestro razonamiento. Para ello, debemos hacer un ejercicio mental de verificación. Hagamos el experimento. Preguntémonos ¿qué hubiese ocurrido si por cada cinco niños negros o amarillos destrozados por un “efecto colateral” hubiesen muerto uno o dos niños blancos, con nombres y apellidos, con una residencia legible, con un pasado y una cultura común a la de aquellos pilotos que lanzaron las bombas? ¿Qué hubiese ocurrido si por cada inevitable “efecto colateral” hubiesen muerto vecinos nuestros? ¿Qué hubiese ocurrido si para “liberar” a un país lejano hubiésemos tenido que sacrificar cien niños en nuestra propia ciudad, como un inevitable “efecto colateral”? ¿Hubiese sido distinto? Pero cómo, ¿cómo puede ser distinta la muerte de una niña, lejana y desconocida, inocente y de cara sucia, a la muerte de un niño que vive cerca nuestro y habla nuestra misma lengua? Pero ¿cuál muerte es más horrible? ¿Cuál muerte es más justa y cuál es más injusta? ¿Cuál de los dos inocentes merecía más vivir?

Seguramente casi todos estarán de acuerdo en que ambos inocentes  tenían el mismo derecho a la vida. Ni más ni menos. Entonces, ¿por qué unos inocentes muertos son “efectos colaterales” y los otros podrían cambiar cualquier plan militar y, sobre todo, cualquier resultado electoral?

Si bien parece del todo lícito que, ante una agresión, un país inicie acciones militares de defensa, ¿acaso es igualmente lícito matar a inocentes ajenos en defensa de los inocentes propios, aún bajo la lógica de los “efectos colaterales”? ¿Es lícito, acaso, condenar el asesinato de inocentes propios y promover, al mismo tiempo, una acción que termine con la vida de inocentes ajenos, en nombre de algo mejor y más noble?

Un poco más acá, ¿qué hubiese ocurrido si los gusanos dejaran de comer niños pobres y comenzaran a comer niños ricos? ¿Qué ocurriría si por una negligencia administrativa comenzaran a morir niños de nuestra heroica e imprescindible well to do class?

Una “limpieza ética” debería comenzar por una limpieza semántica: deberíamos tachar el adjetivo “colateral” y subrayar el sustantivo “efecto”. Porque los inocentes destrozados por la violencia económica o armada son el más puro y directo Efecto de la acción, así, sin atenuantes eufemísticos. Le duela a quien le duela. Todo lo demás es discutible.

Esta actitud ciega de la Sociedad del Conocimiento se parece en todo a la orgullosa consideración de que “nuestra lengua es mejor porque se entiende”. Sólo que con una intensidad del todo trágica, que se podría traducir así: nuestros muertos son verdaderos porque duelen.

 

Jorge Majfud

Montevideo

25 de junio de 2003

 

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La vita umana come effetto collaterale

La vita umana come effetto collaterale

Jorge Majfud

Lincoln University of Pennsylvania

Tradotto da Giorgia Guidi

(Queste riflessioni sono state pubblicate sul giornale La República di Montevideo, nel giugno del 2003. In modo deplorevole, le posso pubblicare oggi come se fossero state scritte ieri. Jorge Majfud).

Per decine di anni, Río de la Plata è stato un fiume di immigrati. Milioni di uomini e donne sono scesi dalle barche su quella terra sconosciuta per piantarvi la loro razza e i loro costumi. Per la stragrande maggioranza erano europei, rappresentanti orgogliosi di una cultura avanzata, di una storia piena di grandi imperi e ominose dominazioni, che molte volte è stata confusa con una razza inesistente: la razza bianca. Ciò nonostante, i nostri nonni che erano scesi dalle barche erano in gran parte analfabeti, vittime delle più oscene persecuzioni o delinquenti comuni. In generale, gente che non aveva molte ragioni per essere orgogliosa. Non perché fossero poveri e analfabeti, ma perché venivano da un’Europa malata, guerriera e puritana, la maggior parte delle volte trascinando con sé profondi pregiudizi, inutili rigori morali che somigliavano di più all’inumanità e alla menzogna che alla sapienza.

Un minuscolo fatto accaduto nel porto di Buenos Aires ritratta con una perfetta povertà alcuni di quei conquistatori che non hanno mancato di virtù ma che, a causa della regola generale, hanno fatto tutto il possibile per dimenticare i loro difetti, quegli stessi difetti che l’antropologia ha cercato di dissimulare nei libri. Il miracolo me lo ha trasmesso mio zio Caíto Albernaz, un contadino senza università ma con molti libri accanto all’aratro e un’intelligenza troppo etica per essere ascoltata senza seccature, distrutto già da molti anni dalla dittatura militare. Io ero ancora un bambino e l’ho ascoltato raccontare, con la stessa concisione, mentre ascoltavamo il canto o la lamentela di un uccello notturno, non ubicabile nell’esteso orizzonte del tramonto: “Ancora con le valigie in mano, un gruppo di immigrati si era incrociato con un altro gruppo di un’altra nazionalità, probabilmente di qualche paese periferico dell’Europa. Allora, uno aveva detto all’altro:’ La nostra lingua è meglio perché si capisce ‘”.

Con il tempo, questa folgorazione dell’ignoranza si andava nascondendo sotto un mantello di cultura. Ciò nonostante, nel più profondo del nostro cuore occidentale, ancora sopravvive l’atteggiamento primitivo che considera la nostra lingua la migliore lingua, la nostra morale la migliore morale e, nonostante ci faccia male, i nostri morti le uniche vittime. E per rendersi conto di questo non c’è bisogno di un’università, ma della sensibilità di quel contadino che sapeva ascoltare gli uccelli.

Durante tutto il XX secolo, uno dei principi etici che ha giustificato ogni genocidio e ogni mattanza, in massa o su piccola scala, è stato quello nel quale si stabiliva che “il fine giustifica i mezzi”. Come c’era da aspettarsi, i fini nobili non sono mai arrivati e, quindi, i mezzi hanno finito con il perpetuarsi. Cioè, i mezzi si sono imposti come fini. (Di solito accade questo con le Cause quando diventano ideologie, o con la Fede quando diventa dogma). Cosa che è doppiamente logica, poichè se uno pretende di difendere la vita con la morte, l’uso di quest’ultimo mezzo rende impossibile la riuscita perseguita. A meno che la riuscita non sia la resurrezione indiscriminata.

Con il passare del tempo, le retoriche e le ideologie sono cambiate poco a poco. Sono solamente cambiate poco a poco; non sono sparite in nessun momento. Infatti, il precetto secondo cui “il fine giustifica i mezzi”si trova ad essere così vigente così come sarebbe potuto esserlo ai tempi di Stalin o di Nerone. Adesso, in modo più tecnico e meno filosofico, si intende lo stesso concetto con l’espressione “effetti collaterali”.

Vediamolo un po’ più da vicino. Negli ultimi cinquanta anni si sono verificati interventi militari, da parte delle maggiori potenze mondiali, con l’obiettivo di mantenere l’Ordine, la Pace, la Libertà e la Democrazia. Non lo andiamo a mettere in dubbio-questo complicherebbe l’analisi già dal principio-In ognuno di questi interventi in difesa della vita ci sono stati morti, certamente. A differenza delle antiche guerre, i morti raramente sono militari (ciò fa di questo mestiere uno dei più sicuri del mondo, più sicuro del mestiere di giornalista, di medico o di operaio delle costruzioni) e non sono mai i promotori di queste imprese rischiose. Per regola comune, i nuovi morti sono sempre civili, qualche vecchio che non ha potuto correre in tempo, qualche giovane che non è stato consultato, senza voce né voto, qualche donna incinta, qualche feto abortito.

Guardiamo per un momento questi morti che non ci toccano né ci compromettono. Sono morti imprevisti? Credo di no. Nessuno può essere sorpreso dal fatto che durante un attacco militare ci siano dei morti. I morti e le guerre possiedono lacci storici, così come le guerre e gli interessi corporativi. Sono così prevedibili questi morti che sono stati definiti, in blocco, come “effetti collaterali”. Non è vero che le “bombe intelligenti” sono stupide; persino un genio sbaglia, questo lo sappiamo tutti. Adesso, il problema etico sorge quando si accetta senza discussioni che questi “effetti collaterali” siano, in qualsiasi modo, inevitabili e che non arrestino mai l’azione che li produce. Perché? Perché ci sono cose più importanti degli “effetti collaterali”, cioè, ci sono cose più importanti della vita umana. O per lo meno di alcuni tipi di vita umana.

E quì c’è il secondo problema etico. Accettare che in un bombardamento la morte di centinaia di innocenti, uomini, bambini e donne, possano essere definiti come “effetti collaterali”, è accettare che esistano vite umane di “valore collaterale”. Adesso, se esistono vite umane di valore collaterale, perché si comincia un’azione di questo tipo in difesa della vita? La ragione e l’intuizione ci dice che il precetto porta con sé implicita un’idea, non discussa, che esistono vite umane di “valore capitale”.

Un attimo. Davanti a questa così grottesca conclusione, dobbiamo chiederci se non abbiamo errato nel nostro ragionamento. Per fare ciò, dobbiamo fare un esercizio mentale di verifica. Facciamo l’esperimento. Chiediamoci che sarebbe successo se per ogni cinque bambini neri o gialli distrutti da un “effetto collaterale” fossero morti uno o due bambini bianchi, con nomi e cognomi, con una residenza leggibile, con un passato e una cultura comune a quella di quei piloti che hanno lanciato le bombe? Che sarebbe accaduto se per ogni inevitabile “effetto collaterale” fossero morti nostri vicini? Che sarebbe accaduto se per “liberare”un paese lontano avessimo dovuto sacrificare cento bambini nella nostra stessa città, come un inevitabile “effetto collaterale”? Sarebbe stato diverso? Ma come, come può essere diversa la morte di una bambina, lontana e sconosciuta, innocente e dalla faccia sporca, dalla morte di un bambino che vive vicino a noi e parla la nostra stessa lingua? Ma quale morte è più orribile? Quale morte è più giusta e quale è più ingiusta? Quale dei due innocenti meritava di più di vivere?

Sicuramente quasi tutti saranno d’accordo sul fatto che ambedue gli innocenti avevano lo stesso diritto alla vita. Né più né meno. Allora, perché alcuni innocenti morti sono “effetti collaterali” e gli altri potrebbero cambiare qualsiasi piano militare e, soprattutto, qualsiasi risultato elettorale?

Sebbene sembri del tutto lecito che, davanti a un’aggressione, un paese inizi azioni militari di difesa, forse è ugualmente lecito ammazzare innocenti estranei in difesa dei propri innocenti, ancora sotto la logica degli “effetti collaterali”. È lecito, forse, condannare l’assassinio di innocenti propri e promuovere, allo stesso tempo, un’azione che finisca con la vita di innocenti estranei, in nome di qualcosa di meglio e di più nobile?

Un po’ più in quà, che sarebbe successo se i vermi avessero smesso di mangiare bambini poveri e avessero cominciato a mangiare bambini ricchi? Che succederebbe se a causa di una negligenza amministrativa cominciassero a morire bambini della nostra eroica e imprescindibile well to do class?

Una “pulizia etica” dovrebbe cominciare da una pulizia semantica: dovremmo depennare l’aggettivo “collaterale” e sottolineare il sostantivo “effetto”. Perché gli innocenti distrutti dalla violenza economica o armata sono il più puro e diretto effetto dell’azione, così, senza attenuanti eufemistiche. A qualsiasi persona faccia male. Tutto il resto è discutibile.

Questo atteggiamento cieco della Società della Conoscenza somiglia in tutto all’orgogliosa considerazione “la nostra lingua è meglio perché si capisce”. Soltanto che con un’intensità del tutto tragica, che si potrebbe tradurre così: i nostri morti sono veri perché fanno male.

Crisi dei ricchi, via crucis dei poveri

Crisi dei ricchi, via crucis dei poveri

Le teorie dell’evoluzione dopo Darwin assumono una dinamica divergente. Due specie possono discendere da una comune; ogni tanto, le specie stesse possono scomparire in forma graduale o drastica, ma mai due specie finiscono con il confluire in una sola. Non esiste meticciato se non all’interno della stessa specie. Nel lungo periodo, una gallina e un’uomo sono parenti lontani, discendenti di un qualche rettile ed entrambi rappresentano una risposta positiva della vita nella lotta per la sopravvivenza.

Cioé, la diversità è la forma in cui la vita si espande e si adatta ai diversi ambienti e alle diverse condizioni. Diversità e vita sono sinonimi per la biosfera. I processi vitali tendono alla diversità ma allo stesso tempo sono espressione di una unità, la biosfera, Gaia, l’esuberanza della vita nella sua permanente lotta per sopravvivere in ambienti ostili al suo stesso miracolo.

Per la stessa ragione la diversità culturale è un requisito per la vita dell’umanità. Ovvero, e comunque potrebbe essere una ragione sufficiente, la diversità non si limita solo a evitarci la noia della monotonia ma, inoltre, è parte della nostra sopravvivenza vitale come umanità.

Nonostante ciò, siamo stati noi esseri umani la unica specie che ha sostituito la naturale e prudente sostituzione di specie con un artificiale e minaccioso sterminio, con il saccheggio industriale e con la contaminazione del consumismo. Coloro tra noi che sostengono un possibile ma non inevitabile “progresso della storia” basato sulla conoscenza e l’esercizio dell’eguale-libertà, possono vedere che l’umanità, tante volte posta in pericolo di estinzione da se stessa, ha ottenuto alcuni successi che le hanno permesso di sopravvivere e di convivere con la propria crescente forza muscolare. E nonostante ciò, non abbiamo aggiunto niente di buono al resto della natura. In molti aspetti, in questo naturale processo di prove ed errori, forse siamo andati indietro o i nostri errori sono diventati esponenzialmente più pericolosi.

Il consumismo è uno di questi errori. Questo appetito insaziabile ha poco o niente a che fare con il progresso verso una possibile e comunque improbabile era senza-fame, post-scarsità, piuttosto ha a che vedere con una più primitiva era della gola e dell’avidità. Non diciamo che ha a che fare con un istinto animale, perchè nemmeno i leoni monopolizzano la savana né praticano lo sterminio sistematico delle proprie vittime, e perchè perfino i maiali si saziano solo di tanto in tanto.

La cultura del consumismo ha mostrato i suoi limiti in vari aspetti. Primo, ha contraddetto la condizione prima segnalata, superando le diversità culturali, sostituendole con i suoi ninnoli universali o creando una pseudo diversità dove un operaio giapponese o una meccanica tedesca possono utilizzare per due giorni un oggetto di artigianato peruviano fatto in Cina o possono godere cinque giorni della più bella tendina veneziana importata da Taiwan prima che si rompano per l’uso eccessivo. Secondo, perchè ha anche minacciato l’equilibrio ecologico con le sue estrazioni illimitate e le sue restituzioni sotto forma di spazzatura immortale.

Esempi concreti possiamo osservarli attorno a noi. Potremmo dire che è una fortuna che un operaio possa apprezzare le comodità che prima erano riservate solo alle classi agiate, le classi improduttive, le classi consumatrici. Nonostante ciò, questo consumo –indotto dalla pressione culturale e ideologica- si è convertito molte volte nella finalità del lavoratore e in uno strumento dell’economia. Il che, a rigor di logica, significa che l’individuo-strumento si è convertito in un mezzo dell’economia in quanto individuo-consumatore.

In quasi tutti i paesi sviluppati o in via di questo “modello di sviluppo”, i mobili che invadono i mercati sono pensati per durare pochi anni. O pochi mesi. Sono carini, hanno un bell’aspetto come quasi tutto nella cultura del consumo, ma se li fissiamo a lungo si rigano, perdono una vite o sono squadrati. Ogni giorno di più risulta esotica la preocupazione della mia familia di carpentieri per migliorare il disegno di una sedia perchè durasse cent’anni. Dei nuovi mobili usa-e-getta non ci si preoccupa molto perchè sappiamo che sono costati poco e che, in due o tre anni ne compreremo degli altri nuovi, il che comporta maggior interesse e trasformazione nella decorazione delle nostre case e dei nostri uffici e soprattutto stimola l’economia mondiale. Secondo la teoria in corso, ciò che buttiamo qui aiuta lo sviluppo industriale in qualche paese povero. Per questo ci sentiamo buoni, perchè siamo consumatori.

Ma questi mobili, anche quelli più economici, hanno consumato alberi, hanno bruciato combustibile nel loro lungo viaggio dalla Cina o dalla Malesia. La logia del “butto dopo aver usato”, che è la cosa più ragionevole per una siringa di plastica, diventa una legge necessaria per stimolare l’economia e mantenere il PIL in perpetua crescita, con le sue rispettive crisi e fobie quando la caduta provoca una recessione del due per cento. Per uscire dalla crisi bisogna aumentare la droga. I soli Stati Uniti, per esempio, destinano milioni di dollari perchè i suoi abitanti ritornino a consumare ed a spendere, destinano milioni di dollari per uscire dalla disperazione della recessione in modo che così il mondo possa continuare a girare, consumare e buttare.

Ma questi rifiuti, pur economici che siano –il consumismo è basato su della mercanzia economica, usa-e-getta, che rende quasi impossibile il riciclaggio di prodotti durevoli- possiedono pezzi di legno, plastica, batterie, canne di ferro, viti, vetro e ancora plastica. Negli Stati Uniti tutto ciò e anche di più va nella spazzatura –anche in questo tempo chiamato per ragioni equivoche “di grande crisi” – mentre nei paesi poveri, i poveri vanno alla ricerca della stessa spazzatura. Alla lunga, chi finisce con il consumare tutta la spazzatura è la natura mentre l’umanità continua a sospendere i cambiamenti nel proprio stile di vita al fine di uscire dalla recessione e al fine di sostenere la crescita dell’economia.

Ma cosa significa “crescita economica”, cosa significa questo due o tre per cento che ossessionano tutto il mondo, da Nord a Sud da Est a Ovest?

Il mondo è convinto che si trova in una terribile crisi. Ma il mondo è sempre stato in crisi. Ora la crisi è definita come mondiale perché (1) avanza e colpisce l’economia dei più ricchi; (2) il semplificato paradigma dello sviluppo ha diffuso la propria isteria al resto del mondo, contribuendo a darle legittimità. Ma negli Stati Uniti le persone continuano ad innondare i negozi e i ristoranti e i loro tagli non implicano mai la fame, sebbene siano in una situazione di gravità in cui milioni di lavoratori si trovano senza lavoro. Nei nostri paesi periferici una crisi significa bambini per la strada a chiedere elemosina. Negli Stati Uniti vuol dire consumatori che consumano un po’ meno mentre aspettano il prossimo ticket del governo.

Per uscire da questa “crisi”, gli specialisti si strizzano il cervello e la soluzione risulta sempre la stessa: aumentare il consumo. Ironicamente, aumentare il consumo prestando alla gente comune il suo stesso denaro attraverso le grandi banche private che ricevono l’aiuto salvifico del governo. Non si tratta solo di salvare alcune banche, ma, soprattutto, di salvare una ideologia e una cultura che da sole non sopravviverebbero se non ricevessero frequenti iniezioni ad hoc: stimoli finanziari, guerre che promuovono l’industria e controllano la partecipazione popolare, droghe e diversioni che stimolano, tranquillizzano e anestetizzano in nome di un bene comune.

Usciremo veramente dalla crisi quando il mondo ricomincerà una crescita del cinque per cento attraverso lo stimolo del consumo nei paesi ricchi? Non staremo preparando la prossima crisi?, una crisi reale –umana ed ecologica- e non una crisi artificiale come quella che subiamo oggi? Quando ci renderemo conto che questa non è veramente una crisi ma solo un’avvertenza, ovvero una opportunità per cambiare le nostre abitudini?

Ogni giorno rappresenta una crisi perchè ogni giorno scegliamo un percorso. Ma ci sono crisi che sono una lunga via crucis e altre che sono critiche perchè, sia per gli oppressi che per gli oppressori comportano una doppia possibilità: la conferma di un sistema o il suo annichilimento. Finora la prima ha prevalso sul secondo per mancanza di alternative. Ma non bisogna mai sottostimare la storia. Nessuno avrebbe mai pensato ad una alternativa al feudalesimo medioevale o al sistema schiavista. O quasi nessuno. La storia degli ultimi millenni dimostra che gli utopici l’avevano previsto con una precisione esagerata. Ma, come ai giorni nostri, gli utopici hanno sempre goduto di una cattiva fama. Perchè sono la denigrazione e il discredito le forme che ciascun sistema dominante ha sempre avuto per evitare la proliferazione di gente con troppa immaginazione.

di Jorge Majfud

Lincoln University

Febbraio 2009

Traduzione di Ruggero Fornoni

Capitale intellettuale

Capitale intellettuale


Jorge Majfud, Lincoln University.

Tradotto da Maria Rubini

Nel 1970 lo sciopero dei lavoratori della General Motors ha ridotto il  PIL entro il 4 per cento e si stima che siano stato questo il motivo della scarsa crescita del 2 per cento che il paese ha  sperimentato negli anni successivi.

Oggi il declino di tutte le industrie automobilistiche USA colpisce un solo punto percentuale. Quasi tutto del PIL è nei servizi, nel settore terziario. In questo settore, la produzione intellettuale derivante dalla formazione è in aumento. Per non parlare che nulla quasi oggi viene prodotto senza l’intervento diretto delle invenzioni più recenti, dal computer del mondo accademico, dalla produzione agricola nei paesi che esportano verso l’industria pesante, soprattutto nei paesi in via di nota come emergenti o in via di sviluppo.

Per la maggior parte le città del ventesimo secolo, come Pittsburgh, Pennsylvania, fiorirono come centri industriali. Riccha e città sporca come è stata l’eredità della rivoluzione industriale. Oggi è una città pulita che vive ed è conosciuta per la sua università.

L’anno scorso, il corridoio “ricerca” del Michigan (Consorzio sono l’Università del Michigan e Michigan State University) ha contribuito per 14 miliardi di dollari allo Stato solo per i benefici diretti generati dalle loro invenzioni, brevetti e ricerca. Questi benefici sono cresciuti nel corso dell’ultimo anno e ancora di più in proporzione in uno stato che era la casa delle grandi auto del XX secolo che oggi sono in declino. Il che è, una parte dei benefici diretti derivanti dalla produzione di “capitale intellettuale” di una università al 27 ° posto e una classifica a livello nazionale in 71 degli Stati Uniti in una somma anno equivalente allo stesso capitale moneta prodotto da un paese come l’Honduras.Questo fattore spiega la produzione intellettuale, in gran parte, perché solo l’economia di New York e la sua area metropolitana è equivalente a tutta l’economia dell’India (in termini nominali internazionale, non di acquisto sul mercato interno) di un paese di oltre un miliardo di abitanti e una forte crescita economica a causa della sua produzione industriale.

Il 90 per cento di oggi del PIL è derivato dalla proprietà “non” prodotto “. Il valore monetario del capitale intellettuale è di 5 miliardi di dollari, quasi il 40 per cento del totale del PIL, il che equivale di per sé a tutti gli elementi insieme dell’economia dinamica cinese.

Se l’impero americano, come tutti gli imperi hanno sostenuto e, direttamente o indirettamente, ha violato le materie prime provenienti da altri paesi, resta il fatto che per lungo tempo e soprattutto oggi i paesi emergenti e grandi emergenti adottano la pirateria e parte dei diritti d’autore delle invenzioni americane.  Per non parlare del marchio solo negli Stati Uniti la contraffazione sottrae dai prodotti originali $ 200 miliardi l’anno, che supera di gran lunga il totale del PIL dei paesi come il Cile.

Guardando a questa realtà, possiamo prevedere che l’aumento del rischio di paesi emergenti è a riposo l’attuale sviluppo delle esportazioni di materie prime, il secondo di fiducia prosperità industriale. Se i paesi emergenti non si occupano di investire massicciamente nella produzione intellettuale forse in un decennio o due, la divisione internazionale del lavoro che hanno sostenuto e che ha generato grandi disparità economiche nei secoli XIX e XX, rimarrà tale in futuro.

Ora è di moda proclamare, per i media di tutto il mondo, che l’America è finita, che è a tre passi dalla disintegrazione in quattro paesi, a due passi dalla rovina.

Ho l’impressione che la metodologia di analisi non è del tutto esatta perché, come criticò l’Ernesto Che Guevara lo stesso che ha elogiato l’efficacia della produzione industriale a capitalismo socialista, hanno confuso il desiderio con la realtà. Guevara si lamentava che la passione alla critica oggettiva impedisce di vedere che il suo obiettivo non era semplicemente l’aumento della produzione di cose.

Quando si effettuano le previsioni per il 2025 o il 2050 è previsto in gran parte in questo futuro, il sottovalutare le innovazioni radicali che anche uno status quo prolungato può produrre. Nei primi anni ‘70 gli analisti e presidenti come Richard Nixon erano convinti che la nascita e il successo finale dell’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti sarebbe stato inevitabile. Gli anni ‘70 furono anni di recensione e sconfitte politiche e militari per l’impero americano.

Penso che dalla fine del secolo scorso, eravamo tutti d’accordo che questo sarebbe stato un secolo di grandi equilibri internazionali.  Non necessariamente più stabile, forse il contrario. Sarà un bene per il popolo americano e soprattutto per l’umanità che questo paese smetta di esercitare il potere arrogante che ha esercitato per gran parte della sua storia. Ha molti altri meriti, a cui far riferimento per impegnarsi, come dimostra la storia, è un paese di inventori professionisti e dilettanti, di premi Nobel, di eccellenti sistemi universitarii e di una classe di intellettuali che ha aperto vie in diverse discipline, dalla umanistiche alle scienze.

Il drammatico aumento della disoccupazione in America è la sua migliore occasione per accelerare questa trasformazione. In tutte le classifiche internazionali le università americane occupano la maggior parte dei primi cinquanta posti. Questo monopolio non può essere eterno, a è lì che si trova la sua risorsa principale.

Jorge Majfud, Lincoln University.
Tradotto da Maria Rubini

Honduras: La costituzione illegittima

Montañas de la Sierra de Agalta, Olancho. Hond...

Image via Wikipedia

La costituzione illegittima

Dr. Jorge Majfud, Lincoln University.
Tradotto da Maria Rubini

La disputa dialettica sulla legittimità dell’espusione del presidente Zelaya in Honduras non è chiusa. Mesi fa abbiamo esposto il nostro punto di vista, secondo cui non vi è stata alcuna violazione della Costituzione da parte del Presidente Zelaya nel richiamare un sondaggio non vincolante su una assemblea costituente. Ma in fondo questa discussione è inutile perchè si nasconde un altro problema alla radice: la resistenza di una classe e di una mentalità che hanno plasmato la terra della repubblica delle banane, nella disperata ricerca di individuare quali potessero essere eventuali cambiamenti,  imponendo la repressione al popolo e ai media che si dimostrassero negativi.

L’argomento principale del colpo di stato in Honduras è che la Costituzione del 1982 non consente la modificha dell’ artt. 239 e 374 e prevede la rimozione dalla carica coloro che la promuovono.La partecipazione dei cittadini Act del 2006, che promuove le consultazioni popolari, non è mai stato accusato di incostituzionalità. Per contro, la partecipazione popolare è un requisito della Costituzione stessa (articolo 45). Tutto ciò rivela lo spirito scolastico dei suoi autori, temperato con un linguaggio umanistico.

Nessuna regola o legge può essere al di sopra della costituzione di un paese. Tuttavia, nessuna costituzione moderna è stata rivelata da Dio, ma da esseri umani a scopo di lucro. Cioè, nessuna costituzione può essere al di sopra del diritto naturale,  della libertà del popolo di modificarla.

Una Costituzione che stabilisce la propria immutabilità è confusa e precaria, confonde l’ origine umana con l’origine divina e tenta di instaurare la dittatura di una generazione su tutte le generazioni a venire.

L’ortodissia religiosa voleva evitare i cambiamenti nel Corano e nella Bibbia contando il numero di parole. Non è possibile modificare un testo sacro, il testo viene salvato per interpretare i nuovi valori.Ciò è dimostrato dalla proliferazione delle sette e delle nuove religioni e ismi derivanti dal testo stesso.

Ma il divieto della modifica di un testo sacro, è meglio giustificato, dal momento che nessun uomo può modificare la parola di Dio.

Queste affermazioni di eternità e di perfezione, non erano rare nelle costituzioni latino-americane nel XIX secolo che hanno tentato di inventare repubbliche, piuttosto che inventare le loro repubbliche e costituzioni a misura del loro popolo e secondo il corso della storia.Se negli Stati Uniti è ancora in vigore la Costituzione del 1787 ciò è dovuto alla sua flessibilità e a molti suoi emendamenti. In caso contrario, in questo Paese oggi sarebbe alla presidenza un uomo per tre-quarti umano (un semi-Dio). Come se non bastasse, l’articolo V della famosa Costituzione vieta qualsiasi modifica dello status costituzionale agli schiavi.

Il risultato di una costituzione come quella dell’ Honduras non è altro che la sua morte, con spargimento di sangue, prima o poi.

Coloro che sostengono di difenderla, devono farlo con la forza delle armi e con la logica stretta di una serie di norme che violano uno dei più fondamentali e naturali diritti inalienabili.

Per secoli, i filosofi che scrivevano di utopie immaginate e che ora si chiamano democrazia, dello Stato e dei diritti umani, hanno detto esplicitamente: nessuna legge è al di sopra di questi diritti naturali.

E se fosse destinato, la disobbedienza è giustificata. La violenza non viene dalla disobbedienza, ma dalla violazione un diritto fondamentale.

Tutto il resto è politica. La negoziazione è la concessione che rendono i deboli. Un premio del caso, inevitabile, ma a lungo termine sempre insufficiente.

Una democrazia matura implica una cultura e un sistema istituzionale volto a prevenire le violazioni delle norme. Ma allo stesso tempo, e per la stessa ragione, la democrazia è definita da consentire e facilitare gli inevitabili cambiamenti che vengono con una nuova generazione, con una maggiore coscienza storica di una società.

Una Costituzione che impedisce il diritto inalienabile alla libertà (per cambiare) e l’uguaglianza (di decidere) non è legittima. E la carta, è un contratto fraudolento che si impone da una generazione a un’altra, a nome di un popolo che non esiste più.

La cattiva coscienza.

La cattiva coscienza. Il paese della coda di paglia

Jorge Majfud

Che in certe elezioni vinca un partito o l’altro è parte del gioco democratico. Un’opzione può essere migliore, molto meglio o peggiore dell’altra. La dignità di un paese non si misura in opzioni ideologiche bensì in decisioni morali. Mi dispiace che l’opportunità di far vedere e dimostrare che la giustizia non negozia né continua mendicando ai poteri che minacciano in nome della pace, questa stessa, è stata ripetutamente defraudata. E se i paesi non si vergognano con più frequenza di quello che dovrebbero, è semplicemente per la loro cattiva coscienza, che non permette loro di imporre a loro stessi quello che reclamano agli altri, né concedono ad altri i diritti dei quali godono quelli che hanno il potere di decidere. Nel 1989 il popolo uruguaiano ha confermato la legge di Impunità, per la quale si perdonavano gli autori dei sequestri, torture, sparizioni e morti organizzati dallo Stato. Quasi una generazione dopo, nel referendum del 2009, benché per stretto margine, si conferma la stessa ignominia.

Da quando i nostri paesi del sud nacquero come repubbliche indipendenti che si volevano disperatamente inventarsi come nazioni, ebbero virtù ed errori. Il primo di tutti gli errori, l’errore che ha persistito durante tutte le sue storie è stato quello dell’impunità. L’unica forma che hanno trovato a questo errore che per ripetuto e per storico non merita chiamarsi errore bensì debolezza di carattere, è stato guardare da un’altra parte o lamentarsi. Lamentarsi, sempre lamentarsi e mai guardare la realtà di fronte e la coscienza dei crimini propri direttamente agli occhi.

Non possiamo mai più rinunciare alla giustizia. Rinunciare alla giustizia è un atto di vigliaccheria. Quando si rinuncia alla giustizia a nome della pace si sta legittimando l’impunità della forza. Quando dopo una generazione quella forza è già un sacco di marciumi, la rinuncia è l’eredità di una tara storica, perché a volte i colpi insegnano e  quando sono troppo forti lasciano per tutta la vita un’incapacità. Quando chi rinuncia non è la vittima che chiede verità e giustizia, bensì altri compatrioti che riposano soddisfatti confortevoli nelle loro case, allora solo non è un atto di vigliaccheria bensì, peggio, un profondo atto di egoismo aromatizzato col marciume di tutte le giustificazioni e le pseudo autorizzazioni morali.

Se perdonare è divino, lasciamo che Dio perdoni. Se perdonare è anche una virtù umana, perdoniamo a coloro che si sono pentiti e hanno collaborato con la giustizia. Non è possibile perdonare a chi non è stato mai giudicato né condannato ed a chi deve pregare infruttuosamente che dicano dove stanno le ossa della figlia o della madre di qualche desaparecido. Quando non si hanno neanche giudicato i violentatori, perdonare è solo il premio che una vittima masochista consegna al sadismo e l’impunità ed un credito a lungo termine per nuovi abusi e nuove umiliazioni.

Dico tutte questi parole dure, senza dolcificanti né compiacenze demagogiche non perché mi creda meglio che nessuno bensì perché qualcuno deve osare dirlo d’una volta per tutte: questo paese, non ha vergogna. Lo dico anche sapendo che molti dei miei cari parenti ed amici sono stati complici di questo errore storico. Affermo che l’hanno fatto con la migliore intenzione. Ma l’hanno fatto anche con la peggiore coscienza storica, quella vecchia tradizione che nacque coi nostri paesi, già dai celebrati genocidi indigeni. Per non entrare in altri spiacevoli dettagli al momento del tè.

Jorge Majfud

 

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Lektionen der Geschichte

Just in case / Por si acaso

Image by . SantiMB . via Flickr

Die erste Todsünde

Lektionen der Geschichte

Jorge Majfud

Lincoln University

Übersetzt von  Isolda Bohler, überprüft von Fausto Giudice

Am selben Tag, an dem Christoph Kolumbus aus dem Hafen von Palos losfuhr, am 3. August 1492, lief die Frist für die Juden in Spanien ab, ihr Land, Spanien, zu verlassen,. Im Kopf des Admirals waren zumindest zwei mächtige Objekte, zwei unwiderlegbare Wahrheiten: Der materielle Reichtum von Asien und die vollkommene Religion Europas.

Mit ersterem dachte er, die Zurückeroberung Jerusalems zu finanzieren, mit der zweiten sollte die Beute legitimiert werden. Das Wort „Gold“ quoll aus seiner Feder, wie das göttliche und blutige Metall die Schiffe der ihm folgenden Eroberer überluden.

Im selben Jahr war am 2. Januar 1492 die letzte arabische Bastion auf der Halbinsel, Granada, gefallen. 1492 war auch das Jahr der Veröffentlichung der ersten Grammatik in Castellano (die erste europäische in „vulgärer“ Sprache). Gemäß seines Autors, Antonio Nebrija, war die Sprache die „Genossin des Imperiums“. Die neue Großmacht setzte sofort die Wiedereroberung durch die Eroberung auf der anderen Seite des Atlantiks mit den gleichen Methoden und den selben Überzeugungen fort, um so die globale Berufung des ganzen Imperiums zu bestätigen. Im Machtzentrum sollte es eine Sprache, eine Religion und eine Rasse geben.

Der zukünftige spanische Nationalismus wurde so auf der Grundlage der Säuberung des Erinnerungsvermögens aufgebaut. Es ist wahr, dass acht Jahrhunderte zuvor Juden und arianische Westgoten die Mohammedaner gerufen hatten, die dann kamen und halfen, Roderich und die anderen westgotischen Könige, die für die gleiche Säuberung kämpften, zu ersetzen. Aber dies war nicht der Hauptgrund für die Verachtung, denn nicht das Erinnerungsvermögen war das Wichtige, sondern das Vergessen.

Die katholischen und nachfolgenden göttlichen Könige erledigten (oder wollten erledigen) das andere Spanien, das gemischtrassige, multikulturelle Spanien, in dem mehrere Sprachen gesprochen und mehrere Kulte ausgeübt wurden und mehrere Rassen sich vermischten. Das Spanien, das Zentrum der Kultur, der Künste und der Wissenschaften in einem von der Rückständigkeit, einem gewalttätigen Aberglauben und Provinzialismus des Mittelalters unterworfenen Europa war. Nach und nach schloss die Halbinsel den Anderen ihre Grenzen.

Mauren und Juden mussten das Land verlassen und nach Barbaria (Afrika) oder in den Rest Europas emigrieren, wo sie sich in die peripheren Nationen, die mit neuer sozialer, wirtschaftlicher und intellektueller Unruhe hervortraten, integrierten. Innerhalb der Grenzen blieben einige illegitime Kinder, afrikanische Sklaven, die in der offiziellen Geschichte fast nicht erwähnt wurden, aber die für die würdelosen häuslichen Arbeiten nötig waren.

Das neue und erfolgreiche Spanien schloss sich als eine konservative Bewegung ein (das Oxymoron sei mir erlaubt). Der Staat und die Religion verbanden sich strategisch zur besseren Kontrolle des Volkes in einem schizophrenen Prozess der Läuterung.

Einige Dissidenten wie Bartolomé de las Casas sahen sich in einem öffentlichen Prozess jenen gegenüber, die, wie Ginés de Sepúlveda, argumentierten, dass das Imperium das Recht auf Intervention und auf die Beherrschung des neuen Kontinents hatte, denn es stand in der Bibel geschrieben (Salomon 11:29), dass „der Dumme des Weisen von Herzen Knecht sein wird“. Die Anderen sind wegen ihres „stumpfsinnigen Verstandes und ihrer inhumanen und barbarischen Bräuche“ unterworfen.

Die Rede des berühmten und einflussreichen Theologen, besonnen wie jede offizielle Ansprache, proklamierte: „[die Eingeborenen] sind barbarische und unmenschliche Leute, dem Zivilleben und den friedlichen Sitten fremd und es wird immer richtig und mit dem natürlichen Recht konform sein, dass solche Personen sich dem Imperium der kultiviertesten und humansten Fürsten und Nationen unterwerfen, damit dank derer Tugenden und der Duldsamkeit ihrer Gesetze sie mit der Barbarei aufhören und sich auf ein menschliches Leben und der Pflege der Tugenden reduzieren“. Und in einem anderen Abschnitt: „[man muss] jene, die aus natürlichen Bedingungen Anderen gehorchen müssen, aber deren Imperium ablehnen, mit Waffen unterwerfen, wenn es auf andere Weise nicht möglich ist“.

Damals wurde nicht auf die Worte „Demokratie“ und „Freiheit“ zurückgegriffen, denn bis zum 19. Jahrhundert galten sie in Spanien als Attribute des humanistischen Chaos, der Anarchie und des Teufels. Aber jede imperiale Macht spielt in jedem Augenblick der Geschichte das gleiche Spiel mit unterschiedlichen Karten. Einige, wie man sieht, nicht so verschieden.

Trotz einer ersten, mitleidigen Reaktion des Königs Karl V und der Neuen Gesetze, welche die Sklaverei der Eingeborenen Amerikaner (die Afrikaner galten nicht als Rechtssubjekte) verboten, fuhr das Imperium durch die Inhaber von encomiendas fort zu versklaven und diese Völker, „fremd dem friedlichen Leben“, im Namen der Errettung und der Humanisierung auszulöschen.

Um die schrecklichen aztekischen Rituale zu beenden, die so oft ihren heidnischen Göttern unschuldige Opfer darbrachten, folterte, vergewaltigte und mordete das Imperium massenweise im Namen des Gesetzes und des einzig wahrhaftigen Gottes. Laut Fray de las Casas bestand eine der Überzeugungsmethoden darin, die Wilden auf einem Rost festzubinden und sie lebend zu braten.

Aber nicht nur die Folter – körperlich und moralisch – und die Zwangsarbeit verheerten die einmal von Tausenden Menschen bewohnte Landstriche; sie verwendeten auch Massenvernichtungswaffen, genauer ausgedrückt, biologische Waffen. Die Grippe und die Pocken dezimierten ganze Bevölkerungen, manchmal unfreiwillig und andere Male präzise kalkuliert. Wie die Engländer im Norden entdeckt hatten, war die Wirkung von Sendungen verseuchter Geschenke, wie die Kleidung der Kranken oder hingeworfene, verpestende Leichen, manchmal verheerender als die Artillerie.

Jetzt aber, wer besiegte eines der größten Imperien der Geschichte, wie es das spanische war? Spanien.

Während sich eine durch alle sozialen Klassen ziehende konservative Mentalität am Glauben ihres göttlichen Schicksals, als „bewaffneter Arm Gottes“ (laut Menéndez Pelayo) festhielt, ging das Imperium an seiner eigenen Vergangenheit zugrunde. Seine Gesellschaft brach auseinander und der Reiche und Arme trennende Bruch wurde zur gleichen Zeit größer, in der sich das Imperium die Mineralvorkommen, die ihm zu funktionieren erlaubten, sicherte. Die Armen wurden zahlreicher und der Reichtum der Reichen, den sie im Namen Gottes und des Vaterlandes anhäuften, wurde größer.

Das Imperium musste Kriege finanzieren, die es außerhalb seiner Grenzen führte und das Finanzdefizit wuchs zu einem schwer beherrschbaren Monstrum. Die Steuerkürzungen begünstigten hauptsächlich die oberen Klassen so sehr, dass sie oftmals nicht einmal verpflichtet waren, sie zu bezahlen oder sie wurden davon befreit, wegen ihrer Schulden und Unterschlagungen ins Gefängnis zu gehen.

Der Staat brach mehrere Male zusammen. Die unerschöpfliche Quelle der aus ihren Kolonien, Nutznießer der Illuminierung des Evangeliums, stammenden Mineralen, waren auch nicht genug: Die Regierung gab mehr aus, als sie von diesen intervenierten Ländern erhielt und musste deshalb auf die italienischen Banken zurückgreifen.

Als sich viele Länder Amerikas (das heute sog. Lateinamerika) unabhängig machten, blieb auf diese Weise nichts weiter vom Imperium übrig als ihr schrecklicher Ruf. Fray Servando Teresa de Mier schrieb 1820, dass der Grund, warum Mexiko sich noch nicht unabhängig erklärt hatte an der Ignoranz seiner Leute liege, die immer noch nicht begriffen hätten, dass das spanische Imperium kein Imperium mehr sei, sondern der ärmste Winkel Europas.

Ein neues Imperium konsolidierte sich, das britische. Wie die vorhergehenden und die nachkommenden wird die Verbreitung seiner Sprache und Vorherrschaft seiner Kultur dann zu einem gemeinsamen Faktor. Ein anderer wird die öffentliche Werbung: England stürzt sich sofort auf die Chroniken von Fray de las Casas, um das alte Imperium im Namen einer höheren Moral zu diffamieren. Einer Moral, die keine Verbrechen und Vergewaltigungen verhinderte. Aber natürlich, was zählt, sind ihre guten Absichten: Das Gute, der Frieden, die Freiheit, der Fortschritt – und Gott, der seine Allgegenwart in allen Reden zeigt.

Der Rassismus, die Diskriminierung, das Schließen der Grenzen, der religiöse Messianismus, die Kriege für den Frieden, die großen Steuerdefizite zu ihrer Finanzierung, der radikale Konservatismus verloren das Imperium. Aber all diese Sünden fassen sich in einer zusammen: dem Hochmut, denn er verhindert es einer Weltmacht, all die vorherigen Sünden zu erkennen. Oder er elaubt, sie zu sehen, aber so, als ob sie große Tugenden wären.

Krise der Reichen, Kreuzweg für die Armen

Rich and poor on the same sidewalk

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Harvard

 

Niemals darf die Geschichte unterschätzt werden


Krise der Reichen, Kreuzweg für die Armen


Jorge Majfud

Übersetzt von  Isolda Bohler

Die Evolutionstheorien nehmen nach Darwin eine Dynamik von Meinungsverschiedenheiten an. Zwei Arten können von einer gemeinsamen abstammen; immer wieder können diese Variationen allmählich oder abrupt verschwinden, aber niemals werden sich zwei Spezies zu einer vereinigen. Es gibt nur innerhalb der gleichen Spezies Artenmischung. Auf die Dauer gesehen sind die Henne und ein Mensch weitläufig verwandt, Nachkommen von irgendeinem Reptil und jeder von ihnen bedeutet eine erfolgreiche Antwort des Lebens im Kampf um sein Überleben.

Das heißt, die Vielfalt ist eine Form, in der sich das Leben entfaltet und sich an die verschiedenen Umweltbedingungen anpasst. Vielfalt und Leben sind für die Biosphäre Synonyme. Die lebenswichtigen Prozesse neigen zur Verschiedenartigkeit, aber sie sind gleichzeitig der Ausdruck einer Einheit, der Biosphäre. Gaia, die Überfülle des Lebens im permanenten Kampf um ihre eigenes Wunder in einer feindlichen Umgebung zu überleben.

Aus dem selben Grund ist die kulturelle Vielfalt eine Bedingung für das Leben der Menschheit. Das heißt, obwohl es ein ausreichender Grund wäre, begrenzt sich die Verschiedenartigkeit nicht nur darauf, uns vor der Langeweile der Monotonie zu bewahren, sondern sie ist außerdem Teil von unserem vitalen Überleben als Menschheit.

Trotzdem waren wir, die Menschen, die einzige Art, die den natürlichen und diskreten Verlust von Arten durch eine künstliche und bedrohliche Ausrottung ersetzt hat, durch die industrielle Verwüstung und durch die Umweltverschmutzung des Konsumdenkens. Jene, die wir einen möglichen, wenngleich nicht unvermeidlichen „Fortschritt in der Geschichte“ aufrechterhalten, der auf der Kenntnis und der Ausübung von Gleichheit – Freiheit basiert, können sehen, dass die Menschheit, die sich so viele Male aus eigenem Verschulden in der Gefahr des Aussterbens befand, einiges an Fortschritten erreichte, die ihr zu überleben und mit ihrer wachsenden Muskelkraft zusammenzuleben erlaubten. Und obgleich dies so ist, haben wir nichts Gutes dem Rest der Natur hinzugefügt. In vielen Aspekten haben wir uns vielleicht in diesem natürlichen Prozess der Prüfung und des Irrtums zurückentwickelt oder unsere Irrtümer sind zu großen Gefahren geworden.

Der Konsumzwang ist einer dieser Fehler. Dieser unersättliche Appetit hat nichts oder wenig mit dem Fortschritt auf eine mögliche oder noch unwahrscheinliche Ära ohne Hunger, post-Mangel, zu tun, sondern mit der primitivsten Ära der Gefräßigkeit und der Habsucht. Wir können nicht einmal sagen, aus einem tierischen Instinkt heraus, denn die Löwen monopolisieren weder die Savanne, noch praktizieren sie die systematische Ausrottung ihrer Opfer und sogar die Schweine fressen sich manchmal satt.

Die Kultur des Konsumdenkens irrte sich in verschiedenen Aspekten. Zuerst widersprach sie der zuvor aufgezeigten Bedingung, ging über die kulturellen Verschiedenheiten hinweg, indem sie die durch ihren universellen Schund ersetzte oder eine Pseudovielfalt schuf, mit der sich ein japanischer Arbeiter oder eine deutsche Büroangestellte zwei Tage an peruanischem Kunsthandwerk, hergestellt in China, erfreuen kann oder fünf Tage an den schönsten aus Taiwan importierten venezianischen Vorhängen, ehe sie durch den Gebrauch zerreißen. Zweitens, weil sie auch mit ihren unbegrenzten Extraktionen und ihren Rückgaben in Form von umweltbelastendem „unsterblichem“ Müll das ökologische Gleichgewicht bedrohten.

Konkrete Beispiele können wir in unserer Umgebung beobachten. Wir könnten sagen, es ist ein Glück, dass sich ein Arbeiter an den Bequemlichkeiten erfreuen kann, die früher nur für die obere Klasse reserviert waren, den unproduktiven Klassen, der Konsumentenklasse. Aber dieser Konsum – durch kulturellen und ideologischen Druck irregeführt – ist oft zum Zweck der Arbeit des Arbeiters und zu einem Wirtschaftsinstrument geworden. Was logischerweise bedeutet, dass sich das Individuum – Werkzeug in ein Mittel der Wirtschaft als Individuum – Kosument verwandelte.

In fast allen entwickelten Ländern oder in solchen, auf dem Weg zu diesem „Entwicklungsmodell“, sind die Möbel, die die Märkte überfluten, dafür gedacht, wenige Jahre zu halten. Oder wenige Monate. Sie sind hübsch, schön anzuschauen, wie fast alles in der Kultur des Konsums; wenn wir sie aber genau betrachten, bekommen sie Kratzer, verlieren eine Schraube oder verziehen sie sich. Jetzt kommen mir jene Sorgen meiner Familie von Schreinern, das Design eines Stuhles zu verbessern, damit der hundert Jahre halten konnte, fremd und sonderbar vor. Aber die neuen Wegwerfmöbel beunruhigen die Mehrheit nicht, denn wir wissen, dass sie wenig Geld kosteten und wir in zwei oder drei Jahren neue kaufen werden, was nebenbei mehr Abwechslung in unsere Häuser und Büros bringt, sie interessanter macht und v.a. kurbeln sie die Weltwirtschaft an. Gemäß der zur Zeit laufenden Theorie hilft das, was wir hier wegwerfen, der industriellen Entwicklung in einem armen Land. Deshalb handeln wir gut, denn wir sind Konsumenten.

Aber diese Möbel, auch die billigsten, konsumierten Bäume, verbrannten Brennstoffe im Laufe ihrer Reise von China oder von Malaysia. Die Logik von „nach Gebrauch wegwerfen“, die für eine Plastikspritze das vernünftigste ist, wird zu einem notwendigen Gesetz für den  wirtschaftlichen Anreiz und zum Erhalt des BSP durch ständiges Wachstum, mit ihren jeweiligen Krisen und Phobien, wenn ihr Fallen eine Rezession von zwei % hervorruft. Um aus ihr herauszukommen, muss die Droge erhöht werden. Nur die USA beispielsweise bestimmen zwei Billionen Dollar, damit ihre Bewohner wieder konsumieren, wieder Geld ausgeben, um aus der Verrücktheit der Rezession herauszukommen und so kann sich die Welt weiter drehen, konsumierend und wegwerfend.

Aber diese Abfälle, auch wenn sie noch so billig sind, – der Konsumzwang basiert auf billigen Wegwerf- Handelswaren, die fast das Recycling von dauerhaften Produkten unerreichbar machen – bestehen aus Stücken von Holz, Plastik, Batterien, Eisenrohren, Schrauben, Glas und noch mehr Plastik. In den USA geht all dies und etwas mehr in den Müll – obgleich in dieser Zeit der aus falschen Gründen sogenannten „großen Krise“ – und in den armen Ländern, suchen die Armen in diesem Müll. Wer auf die Dauer den ganzen Müll konsumieren wird, ist die Natur, während die Menschheit weiterhin das Verändern ihrer  Gewohnheiten in der Schwebe hält, um zuerst aus der Rezession zu kommen und danach das Wirtschaftswachstum aufrechterhalten zu können,.

Aber was bedeutet „wirtschaftliches Wachstum“? Diese zwei oder drei %, die der ganzen Welt von Nord nach Süd und von Ost nach West keine Ruhe lassen?

Die Welt ist davon überzeugt, dass sie sich in einer schrecklichen Krise befindet. Aber die Welt befand sich immer in Krise. Jetzt wird sie als eine weltweite Krise definiert, denn (1) kommt sie von der Wirtschaft der Reichen und betrifft diese; (2) strahlte das vereinfachte Paradigma der Entwicklung seine Hysterie auf den Rest der Welt aus, ihr Legitimität entziehend. Aber in den USA überschwemmen die Leute weiterhin die Läden und die Restaurants und die Kürzungen erreichen nie den Hunger, sogar in der schweren Situation  von Millionen arbeitsloser Arbeiterinnen und Arbeiter. In unseren peripheren Ländern bedeutet eine Krise, Kinder auf der Straße, die um Almosen bitten. In den USA bedeutet sie, ein bisschen weniger konsumierende Konsumenten, während sie auf den nächsten Scheck der Regierung warten.

Die Spezialisten strengen ihr Gehirn an, wie aus dieser „Krise“ herauszukommen ist und die Lösung ist immer die gleiche: Der Konsum. Ironischerweise bedeutet den Konsum zu steigern, den gemeinen Leuten ihr eigenes Geld durch die großen Privatbanken zu leihen, denen die Regierung die rettende Hilfe zukommen lässt. Es handelt sich nicht nur um die Rettung einiger Banken, sondern v.a. um die Rettung einer Ideologie und einer Kultur, die nicht für sich allein überlebt, sondern nur aufgrund der häufigen ad hoc Injektionen: Finanzielle Anreize, Kriege, die die Industrie antreiben und die Teilnahme des Volks kontrollieren, Drogen und Vergnügungen, die im Namen des gemeinsamen Guten anregen, beruhigen und betäuben.

Sind wir wirklich aus der Krise gekommen, wenn die Welt wieder fünf % Wachstum mittels des Konsumanreizes in den reichen Ländern annimmt? Werden wir so nicht die nächste Krise vorbereiten, eine reale Krise – für die Menschen und die Ökologie – und keine künstliche Krise, wie die von heute? Werden wir wirklich merken, dass es tatsächlich keine Krise ist, sondern nur eine Warnung, d.h. eine Gelegenheit, unsere Gewohnheiten zu ändern?

Jeder Tag ist eine Krise, weil wir jeden Tag einen Weg wählen. Aber es gibt Krisen, die ein langer Leidensweg sind und andere, die Beurteilungen sind; denn sowohl für die Unterdrückten als auch für die Unterdrücker bedeuten sie eine doppelte Möglichkeit: Die Bestätigung eines Systems oder ihre Vernichtung. Bis jetzt war es die erste wegen des Fehlens von Alternativen für die zweite. Aber niemals sollte die Geschichte unterschätzt werden. Niemals hätte jemand eine Alternative zum mittelalterlichen Feudalismus oder zum Sklavensystem vorhergesehen. Oder fast niemand. Die Geschichte der letzten Jahrtausende zeigt, dass die Utopien sie mit übertriebener Genauigkeit vorherzusehen pflegten. Aber, wie auch heute, hatten die Utopisten einen schlechten Ruf. Da der Spott und die Herabsetzung die Form ist, die jedes herrschende System immer benutzte, um die Ausbreitung von Leuten mit zu viel Vorstellungskraft zu verhindern.

Jorge Majfud

Lincoln University

2009

La mort de l’individu

vote symbol: information

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La mort de l’individu


L’individu virtuel et ses identités

par Jorge Majfud

Sont devenues courantes dans nos institutions, les politiques qui pour économiser du papier le remplacent par des fichiers PDF, etc. Il est clair que les technologies électroniques ont rendu possible non seulement une plus grande démocratisation mondiale de l’information et de plusieurs moyens digitaux de production mais, de plus, elles ont évité que cette massive popularisation de l’accès à la participation de la vie moderne (ce qui ennuyait tant Ernest Renan au XIXe siècle et Ortega y Gasset au début du XXe) ne se traduise en une catastrophe écologique plus grande que celle que nous avons déjà.

Cependant, ce monde virtuel n’est pas un si « environmentally friendly » ( « soucieux de l’environnement ») comme on le prétend. Tout a un prix. En utilisant le courrier électronique nous économisons de l’énergie et nous évitons une plus grande contamination que si nous envoyions des lettres papier par la poste. Mais sûrement dans l’ère du courrier traditionnel nous n’envoyions ni recevions pas des centaines de lettres par jour.

Depuis quelques années nous savons que faire une courte investigation en ligne en utilisant un moteur de recherche comme Google émet autant de dioxyde de carbone qu’ avoir fait bouillir une chaudière. Nous considérons qu’une recherche raisonnable émet 7 grammes de CO2, ce qui correspond plus ou moins avec la mise au point de Google qui dit que quand l’on clique sur seulement « search » [Chercher] cela consomme/libère 0.2 grammes.

Cette référence écologique nous permet d’illustrer un problème semblable au niveau psychologique et social chaque fois que nous considérons la « nouvelle liberté » et les nouvelles possibilités de communication des individus par le simple fait d’être branchés. Nous avons déjà beaucoup écrit sur ce point et nous n’allons pas nous répéter. Mais maintenant il me semble intéressant de bousculer un peu plus le problème central de ce phénomène de l’individu – branché.

Il y a quelques jours, tandis que j’attendais dans un mall ou un centre commercial (ce qui en espagnol latino-américain se dit « shopping center », si équivoque comme le mot « plaza » utilisé aux États-Unis) je me suis attardé en m’asseyant. Pendant un instant j’ai arrêté de regarder tous les gens qui cherchaient des choses à acheter et j’ai observé le reste des gens qui n’étaient pas en train d’acheter des choses. Devant moi un père suivi de trois enfants est passé, avec un iPhone dans une main, le pouce explorant l’écran minuscule et ses yeux absorbés dans une liste de messages reçus. Une fille est entrée dans un magasin et a regardé quelques chemises sans arrêter de lire son courrier. Encore deux filles, répétant la même pratique, se sont incroyablement croisées sans s’être rentrées dedans. Au rez-de-chaussée, deux jeunes hommes et un vieux monsieur se reposaient dans des fauteuils. Chacun avait un BlackBerry, un iPad, un iPod et un iPud à la main, sur un genou, ou sur la tablette d’à côté. (Le préfixe répétitif « i » peut se rapporter à « intelligent » ou : pourquoi pas « je », « en anglais, quelque chose de similaire à « je téléphone », « je chose » ; parce que quand le marché insiste avec un symbole, c’est parce que la vraie signification est ailleurs). Aucun n’a résisté plus d’une minute sans relire quelque chose. Presque toujours ils changeaient de posture et ils se mettaient à écrire, peut-être répondaient à un courrier ou faisaient la tournée des popotes avec quelqu’un qui ne devait être aucun des autres deux qui étaient à côté.

J’ai toujours pensé que le phénomène des communications, avait mis en relief, à un niveau critique, une obsession historique ou naturelle de l’humanité pour la communication. Quelque chose de pareil à l’impulsion des insectes dans la nuit, qui tournent autour du feu et vont mourir en se brûlant eux mêmes. Enfin, les gens parlent et écrivent, en grand partie, non parce qu’ils ont quelque chose d’important ou de crucial, à dire, mais pour le seul fait, le plaisir ou la nécessité de se sentir en contact, du romancier au médecin ou au mécanicien.

Tout ceci semblerait être quelque chose de très humain : la communion serait le climax de cette impulsion de communication.

Je fus une demi-heure durant observant, essayant de déchiffrer le phénomène qui nous englobe. Essayer de donner des réponses à chaque phénomène qui nous tourne autour est aussi une autre obsession. Mais je ne voulais pas résoudre cette question avant d’avoir une idée, au moins vague, une hypothèse timide, du phénomène qui avait frappé le reste des gens qui n’achetaient pas, ne consommaient pas (phénomène plus primitif et plus facile à expliquer).

Pour répondre à cette question il fallait se demander d’abord pourquoi le phénomène de parler par téléphone et, surtout, de texter, a remplacé par une forme aussi dramatique l’acte simple de parler face à face, sachant à quel point, il doit être intéressant de sentir par tous les sens autrui, un autre être humain.

Comment expliquer, alors, la contradiction de cette impulsion historique de communication avec le manque de communication en résultant ?

Alors j’ai cru trouver la logique de cette apparente contradiction. Dans le monde de la communication digitale, l’acte de la communication ne se distille pas seulement dans son état le plus pur, qui requiert la distance comme obstacle de plaisir, mais l’acte est une confirmation de l’individu isolé, aliéné, par la suppression de l’autre, par l’objectivisation du sujet.

Dans ce monde, l’autre s’est multiplié de façon exponentielle et la communion a été proportionnellement diluée avec n’importe qui. L’autre est moins sujet et plus objet, depuis le moment où je peux, comme individu, décider quand l’éliminer. C’est-à-dire à chaque instant je suis protégé par la conscience ou la perception que l’autre ne menacera pas mon espace individuel par une visite inconfortable dont je ne peux pas me défaire. Ainsi, l’autre est sous contrôle.

Les jeunes hommes et le vieux étaient là, communiquant avec quelqu’un d’autre, avec beaucoup d’autres, mais leur espace vital, leur individualité étaient protégés par un simple bouton (qui n’est même pas un bouton) capable d’éliminer la présence de l’autre, capable de le mettre entre parenthèse ou de le renvoyer à un temps ultérieur, un temps du calendrier qui dépend de l’individu – isolé-qui-se-communique.

En même temps, ce paradoxe génère une autre apparente contradiction qui fait partie de la même logique. L’individu – isolé-qui-se-communique n’est pas non plus un individu dans le sens traditionnel. D’abord, parce que son existence virtuelle peut acquérir plusieurs identités simultanées. Le sujet s’autochosifie avec un masque. Deuxièmement, parce que sa « vraie identité » (plus exactement son « identité officielle ») peut lui être volée. Le vol d’identité est l’une des terreurs croissantes de la nouvelle civilisation digitale. Dès que quelqu’un vole l’identité à Juan Rosas-Z avec CDI numéro X, même l’énorme poids du gouvernement le plus puissant du monde ne peut pas beaucoup y faire. Juan Rosas-Z arrête d’être Juan Rosas-Z et acquiert les délits que quelqu’un d’autre qui s’appelle maintenant Juan Rosas-Z a commis quelque part dans le monde. Dans quelques cas, il s’est avéré que ce cauchemar a amené beaucoup de gens à changer leur nom officiel, leur identité, pour arrêter la vague d’actes commis par leur fantôme.

L’autre, le fantôme qui a perdu sa condition humaine de sujet, maintenant fait partie d’un monde fantasmagorique où vit l’individu qui a les autres sous contrôle mais il a perdu le contrôle sur lui même.

Il reste une espérance, bien sûr. L’individu-collectif-humain s’est souvent suicidé et souvent est re-né avec de vieilles et de nouvelles obsessions. Peut-être bien est-ce sa forme naturelle de se réinventer tous les cinq cents ans.

Traduit de l’espagnol pour El Correo par : Estelle et Carlos Debiasi

© Jorge Majfud, 2011
majfud.org Janvier 2011. Jacksonville University

El Correo. Paris, le Janvier 2011.

Notas al margen de la autopista

Thomas Mann with Albert Einstein in Princeton,...

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Bitacora (La Republica)

Notas al margen de la autopista


Desde hace unos años tengo por costumbre no leer escritos o comentarios anónimos. Cierta vez, en el foro digital de un importante diario, pegué de forma anónima un texto sobre algunas virtudes del socialismo. No se trataba de un texto especialmente brillante, pero me interesó el experimento.
Una lluvia de respuestas y comentarios insultaron al autor del texto. Abundaban calificaciones como “retardado mental”, “analfaveto”, “idiota” y “pobre frustrado”.
El texto era de un señor llamado Albert Einstein, aquel humilde doctor en física que vivía ahí en frente, en la calle Mercer 112, entre los tupidos bosques de Princeton University.
Las malas lenguas dicen que no era buen esposo, pero nunca nadie confirmó algún tipo de retardo mental, de idiotismo o de frustración personal. Excepto los retardados mentales que a principios del siglo XX demostraron que la teoría de la relatividad era falsa porque se le había ocurrido a un judío.
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El recurrente y sistemático compromiso en las redes sociales son los compromisos menos comprometidos de la historia. Hacer un clic perezoso para mostrar nuestro apoyo o nuestra condena hacia una causa sirve más de alimento a nuestros egos que a la causa. En el mejor de los casos sirve para un lavado clorhídrico de conciencia, para mostrar a los demás y demostrarnos a nosotros mismos todo lo bueno y políticamente correcto que somos o podemos ser.
Pero sin sacrificio no hay compromiso y por eso la sociedad virtual es incapaz de cualquier compromiso más allá del esnobismo, del voyeurismo y, ante todo, de ese narcisismo vacío como una cáscara de huevo llena de emociones prefabricadas que caben en el microscópico jeroglífico de dos puntos y un paréntesis.
Tal vez lo único real de una sociedad virtual es su propia frustración cuando, amparada en el anonimato, afloran las emociones reprimidas en sus formas más autenticas.
En las sociedades virtuales las virtudes son simbólicas, como los individuos, como su democracia y su libertad.
La insistencia sobre la libertad y la autenticidad, el valor prefabricado de ser-uno-mismo del nuevo individuo se parece a la publicidad de un auto pequeño que insiste sobre las virtudes de su gran espacio interior.
Y pese a tanto desencanto, todavía creo que alguna vez el juguete se convertirá en herramienta de acción y liberación.
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Una buen aparte de la generación de la televisión se acostumbró a la propaganda fragmentada. Una buena parte de la generación de la era digital ya no puede vivir sin la microfisura, sin un permanente coitus interruptus.
El habitante de estos luminosos cementerios no puede bucear una hora en un mismo concepto, no puede leer doscientas páginas o cincuenta mil palabras, no puede retener conceptos abstractos. No se siente cómodo si no interrumpe lo que está haciendo con algún clic, algún update.
Sin embargo, el hombre microfragmentado posee un ego de hierro. Famoso por diez segundos, genio por tres palabras y un clic, su dialéctica es el insulto anónimo y los argumentos desarticulados en unos pocos párrafos. Porque solo su ego es más grande que su infinita pereza.
Me incluyo entre las dos generaciones; comparto, sufro y cada día lucho contra esos males que son los míos también. Porque la red luminosa es como un gran agujero negro que chupa todo lo que anda a su alrededor. La naturaleza sustituta comienza chupando el cerebro, luego el cuerpo y finalmente chupa al orgulloso individuo que ha dejado de ser un individuo.
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Los conservadores más reaccionarios siempre estigmatiza todo lo intelectual y a todo intelectual que cuestione su concepto de realidad. Uno de sus placeres principales consiste en pensar y declarar sobre la inferioridad intelectual de los intelectuales. En muchos países suelen encabezar la lista de los diez idiotas más idiotas.
A los reaccionarios que confunden la realidad con lo que ven y lo que ven con lo que piensan que ven los obsesiona la necesidad de poseer una idea realista del universo, casi tan realista como la perspectiva que tienen los caballos y las vacas en el campo.
Como si el concepto de realidad de estos reaccionarios fuese la realidad misma y no una ilusión petrificada que en cerebros calcinados adquiere aspecto de una realidad incuestionable. Incuestionables como la planicie de la Tierra, las inmensas tortugas que sostenían el mundo, las brujas que producían mal tiempo y por lo cual en la vieja Europa se solían torturar hasta la muerte o simplemente quemarlas en la hoguera en nombre de la verdad y en defensa de la realidad.
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Los arengadores radiales, portavoces e incitadores de la derecha norteamericana, se burlan del tono y del estilo de voz de Bill Clinton y de Noam Chomsky. Se ríen y se burlan con el tono y el estilo de voz de los pastores protestantes en plena faena.
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Hace por lo menos diez mil años los mercados eran el centro de la vida de los pueblos. Allí se juntaban los colores y los olores de la experiencia humana, las ideas y las pasiones, el dinero y la plegaria al Supremo, la duda y la certeza.
Hace por lo menos diez mil años las artes y las religiones, las ciencias y las ideas, los idiomas y las historias se traficaban con las alfombras y los dátiles, las pieles y las perlas, la sal y el azúcar, los cuchillos y los espejos.
Ahora los mercados son historia silenciosa o ruidoso recurso de los turistas. Algo queda de lo que fue. Aunque sea una sombra colorida, un rumor bullicioso.
Ahora los mercados bursátiles son el centro donde van a morir las ideas y las pasiones, el dinero y la plegaria al Supremo, los idiomas y las historias, la experiencia humana y su memoria, la duda y la certeza.
Ahora los pueblos, si se pueden llamar pueblos, ahora los individuos, si se pueden llamar individuos, están ligados, enlazados a sus conexiones.
Ahora las redes sociales son los nuevos cementerios de la sociedad.
Sí, de vez en cuando es bueno visitar los cementerios, recordar familiares que ya no están, amigos que ya no son o no son lo que fueron.
Lo triste es quedarse a vivir allí en el cementerio, sin la experiencia humana, sin la vida de carne y hueso de las antiguas ciudades.
***
La historia, los pueblos, las masas, la propaganda masiva ha glorificado la guerra, ha honrado a sus soldados, ha venerado a sus héroes, ha premiado a sus administradores, ha agradecido a sus inventores, ha disculpado, ha protegido, ha perdonado a los promotores de crímenes en masa cuando no han tenido éxito ni han sido derrotados del todo, ha endiosado el pragmatismo de los estadistas que tuvieron éxito en perpetuar los peores crímenes contra la humanidad en nombre de alguna causa noble como Dios, la patria, la libertad o el derecho a la defensa propia luego que los enemigos se atrevieron a ejercer su derecho a la defensa propia.
Pero habrá que decirlo de forma más directa y objetiva. La guerra es una perfecta mierda. Y perdón por la palabra. La mierda no se merece semejante comparación. La mierda abona los huertos y las praderas y así produce y reproduce la vida. La guerra, en cambio, solo produce y reproduce muerte y más muerte.
Jorge Majfud, PhD
Mayo 2010

Hacia una hermenéutica de la historia latinoamericana

Vista parcial del Templo de Quetzalcoatl

Image via Wikipedia

Hacia una hermenéutica de la historia latinoamericana

En abril de 2010 un reconocido filósofo español convocó a una reunión cerrada en una universidad de Nueva York para discutir una posible reforma del hispanismo. En el amplio penthouse de la biblioteca principal nos reunimos en un círculo una decena de profesores de diversos estados invitados especialmente para la ocasión. En cada oportunidad se la nombró como “mesa redonda”. Estaban las sillas, la forma circular y la idea de un debate equitativo sobre el rancio espíritu conservador de la tradición hispanista que había impuesto un corpus arbitrario de textos consagrados. Todos coincidimos en el rechazo a gran parte de esa tradición, sobre todo a los valores impuestos por la cultura hegemónica que había surgido después del siglo XV, en detrimento de una modernidad ilustrada más rica y más diversa que le había precedido. Uno de los panelistas insistió en la necesidad de definir “lo que era” la ilustración y no lo que “no había sido”.

En la referida mesa redonda faltaba la mesa redonda. El ejemplo ilustraba mi posición expuesta en el libro Evolución y revolución de los signos. En la sala de discusión faltaba la mesa, pero el elemento ausente estructuraba el espacio y la idea. La fuerza del ausente era tal que aún presente en el mismo nombre, “la mesa redonda”, pasaba perfectamente inadvertido ante los ojos de una decena de especialistas en cultura y lenguaje.

Entiendo que de la misma forma los elementos ausentes pueden y suelen estructurar, inducir y controlar prácticas y pensamientos a un grado que se subestima a favor de una supuesta conciencia histórica, colectiva o individual. En el libro antes referido —acabado como tesis doctoral hace varios años y en prensa en el 2010— el elemento invisible como clave de búsqueda es el elemento reprimido por la conquista y las sucesivas colonizaciones territoriales y, sobre todo, morales y culturales. Es decir, ese océano casi desconocido del mundo equívocamente llamado “pre-hispánico”, que tradicionalmente se refiere a una cultura indígena que terminó con la llegada de los europeos al continente de los pájaros. Por ejemplo, ¿por qué se ha estudiado hasta el hastío las lecturas de Sor Juana Inés de la Cruz, sus influencias provenientes del Siglo de Oro español, y no se ha estudiado las relaciones de la niña Juana Inés con sus criadas indias? ¿Cómo explicar el feminismo de la monja rebelde recurriendo al misoginismo de los escritores españoles del siglo XVI y XVII? Incluida a la misma Santa Teresa, defensora de la sumisión femenina al poder masculino citada por la misma Sor Juana, más por conveniencia política que por convicción ideológica. ¿Por qué desestimar que la llamada cultura machista de México no era tal o era mucho menos machista y misógina que la Europa de la Edad Media y del Renacimiento?

Sin embargo, el espíritu amerindio sobrevivió, no a pesar de la violencia sino, quizás, por la violencia misma de una forma muchas veces subterránea, camuflada y travestida pero fortalecida, más allá del reconocimiento artesanal y de una tradición pintoresca, fácil de consumir por el turismo y la mentalidad museística y voyerista contemporánea. Una historia que en cierta medida fue la historia de los cristianos primitivos hasta la crisis mayor de su oficialización en el siglo IV, por razones imperiales, y la historia de moros y judíos conversos en el sur de España a partir del siglo XVI.

Una de las hipótesis que he manejado en el libro anterior considera que un elemento siempre presente en la cultura y la militancia del siglo XX procede de los primeros tiempos de esa región que hoy se conoce imprecisamente como América Latina; ni todo ni tanto de l’intellectuel engagé representado por Zola o Sartre. Esta actitud, esta práctica y concepción del compromiso y la militancia del intelectual latinoamericano hunde sus raíces en la conciencia traumática de la Conquista en el siglo XVI y los siglos de brutal colonización que le siguieron.

La experiencia de la violencia y de la ilegitimidad de todo orden social está presente desde las primeras crónicas de los conquistadores y se acentúa a medida que los nativos, criollos e indígenas se abocan a la tarea de autonarración y de reflexión sobre su identidad. Pero también hay una cosmogonía que no es europea.

Como si no se tratase solo de un producto de la Conquista sino de un rasgo peninsular, la atribución de queja e insatisfacción del pensamiento popular latinoamericano se puede rastrear sin dificultades desde los Diarios de Colón hasta las crónicas de los conquistadores. Queja e insatisfacción por las magras recompensas obtenidas del saqueo, según la injusta distribución que administraba la autoridad en Europa. Queja e insatisfacción por el saqueo y la corrupción de los mandos medios, nunca del rey.

Igual, del lado de los nativos americanos la queja y la desconfianza al poder será una tradición justificada por una permanente violencia física, moral y estructural que a su vez será contestada periódicamente con la violencia de la rebelión, de la revuelta y, en casos más excepcionales, articulados por el pensamiento moderno o ilustrado, de la revolución.

Esta represión por la fuerza de la violencia militar y eclesiástica, por la fuerza de la ideología de la esclavitud, del racismo y del clasismo de sociedades estamentales, se prolongó por más de tres siglos, más allá de las revoluciones o revueltas que dieron las independencias políticas a las nuevas repúblicas a principios del siglo XIX.

Las sociedades amerindias continuaron siendo fundamentalmente agrícolas, conservaron y adaptaron sus idiomas, sus mitos, sus prácticas de producción y reproducción y sus formas particulares de sentir y de pensar no europeos hasta bien entrado el siglo XX y, en muchos casos, hasta hoy en día. Pero también debieron adoptar, de forma ortopédica, una ideología y un corpus de valores hegemónicos que servían a su propia explotación, desde elaboradas teorías sobre la inferioridad racial de los colonizados hasta una sensibilidad estética que moldeó la percepción de la superioridad blanco-europea pasando por un corpus diverso de disquisiciones teológicas producidas en la metrópoli y de aleccionadores sermones de pueblo. Parte de esta ideología procuraba, precisamente, la desvalorización de aquello que lo distinguía del colonizador o de la posterior clase criolla dirigente.

Esa clase minoritaria que fundó las repúblicas de papel lo hizo basada en la cultura ilustrada de Europa mientras una población mayoritaria en vastas regiones de Perú, México y de las republicas centroamericanas hasta el siglo XX ni siquiera hablaban el español como primera lengua ni estaban enteradas del Siglo de las Luces, de la Libertad del Mercado o de la Dictadura del Proletariado más allá de las consecuencias bélicas en las que debían participar. Razón por la cual las democracias liberales por mucho tiempo y a lo largo de muchos pueblos apenas significó la legitimación de estados autoritarios al servicio de minorías dirigentes.

Es decir, aunque un estado presente de la sociedad y una forma de pensar no están rígidamente determinados por el pasado, como pueden estarlo las órbitas de los planetas, el presente tampoco es indiferente a su influencia. Cada paradigma, por radical que sea, es el resultado de una larga historia al mismo tiempo que sus individuos ejercemos parte de esa libertad a la que aspiran todas las liberaciones propuestas por la tradición humanista. Querámoslo o no, siempre partimos de una base preestablecida sobre la cual pensamos y sentimos. No inventamos ningún lenguaje; apenas nos valemos de él para conservarlo o para cambiarlo pero no podemos actuar libremente fuera de él, fuera de los parámetros mentales en los que vinimos al mundo. Apenas si podemos ver por el ojo de la cerradura en un intento de reflexión y autoanálisis.

Por si fuesen pocas limitaciones, uno de los mayores obstáculos en las academias radica en considerar una disciplina como un feudo limitado que promueve el estudio de todo lo que caiga dentro de los límites semánticos previamente establecidos por una tradición y se niega o rechaza a lidiar con todo lo que caiga o proceda más allá de sus muros. Esta concepción de las disciplinas académicas se agravó, especialmente en el campo literario, con el auge de las corrientes posmodernas —Barthes, Derrida, Lyotard— que consideraron a un texto como un cuerpo muerto, autorreferencial, un juego lingüístico o de signos sin trascendencia epistemológica ni existencial. Básicamente significa que si uno vuelve a su casa y la encuentra hecha cenizas, no debe relacionar las cenizas con un posible incendio y menos éste con las amenazas incendiarias del vecino, ya que las cenizas son lo que son y no hay nada detrás del fenómeno.

Ya desde el humanismo renacentista el autor dejó de ser la autoridad, Dios, para ser un medio de la razón y de la historia y, en última instancia, una opinión más sobre su propio texto, junto con la del lector. En el siglo XX simplemente se lo desautorizó hasta proclamar su muerte, ya que representaba —al menos algo representaba algo— un estorbo a la libertad del lector. Una vez muerto el autor, parte fundamental del contexto, sólo quedaba negar el contexto metaliterario primero —la realidad— y el mismo contexto literario después. Hasta llegar a la idea cadavérica de que un texto no tiene ningún referente y si lo tiene, es un simple esclavo de la idea.

El juego lingüístico y autoreferencial de un texto fue simultáneo a la lógica del consumo de símbolos y bienes del capitalismo americano y de la misma tecnología digital más tarde, donde la realidad no virtual y la lógica deductiva ha sido reemplazada por la dinámica de las inducciones que surgen de una segunda naturaleza construida por el programador en forma de reglas de juego, de convenciones, desde las operaciones de software hasta las mismas operaciones matemáticas de una planilla Excel. Ya no se trata de comprender una naturaleza unitaria sino las reglas fraccionadas de un juego dado. Comprender un sistema X no significa comprender un sistema Z porque al tratarse de un lenguaje (chino y bantú), de un juego (fútbol y beisbol), ambos sistemas pueden ser semejantes o incompatibles. La idea sobre el universo unitario donde “una piedra que cae y la Luna que no cae son un mismo fenómeno” ya no se aplica al mundo virtual, que es el nuevo mundo humano.

Por el contrario, no creo que una disciplina académica sea o deba ser un rodeo cerrado de especialistas, un juego o un idioma único, sino un punto de encuentro de todas las especialidades que le son ajenas. Un espacio de cruce, de choques y múltiples derivaciones. No un espacio cerrado, estático, autorreferencial. Por otra parte, también creo necesaria la rehabilitación de todo lo metaliterario como fuente principal de lo literario y lo literario como un espacio de cruce de la realidad múltiple. Esto significa una reivindicación del autor, del contexto y, sobre todo, del referente de cada texto, sea escrito, oral o visual, como el elemento que da origen y sentido final al texto.

De la misma forma, la historia en general y la historia latinoamericana en particular no debe ser vista simplemente como el resultado de lo que se desprende de los textos escritos con pretensiones de documentos. La historia latinoamericana es la historia de una tradición ilustrada sin ilustración. Es decir, basada en el uso y abuso del texto como reflejo único de la realidad que no reflejaba la realidad sino que la ocultaba, que continuaba reprimiendo la libertad y la diversidad humana en beneficio de la autoridad europea.

Por lo tanto, el estudio textual debe hacerse con un rigor hermenéutico y una forma de facilitar esta labor consiste en partir de hipótesis. Una hipótesis o clave de lectura fundamental es la irrelevancia cuando no la ausencia del componente indígena en toda la cultura, el pensamiento, la mentalidad y el “modus operandi” del continente.

De la misma forma que un idioma no se cambia en unas pocas generaciones, tampoco se cambia una forma de sentir y de pensar. Aún cuando un idioma se impone, como el español en América o el inglés en India, los pueblos multitudinarios siempre conservarán más o menos ideas y sobre todo valores, acciones y creencias que proceden de sus milenarias raíces históricas, siempre travestidas por una modernidad que ante todo es visible y casi por regla general es lo más superficial de una civilización. Para completar la paradoja y el ocultamiento de estas raíces, la misma cultura contemporánea reproduce en el área visual de su consumo lo más superficial de la cultura vernácula, como esas artesanías indígenas que se venden en Perú o en México y que son fabricadas en serie en China.

No deja de ser una paradoja que la historia siempre ha estudiado y representado la historia de la humanidad como una sucesión de hechos, casi siempre militares, casi siempre superficiales ara la historia profunda de los pueblos. Así también la historia del pensamiento se ha representado a sí misma como una sucesión de ideas que cambian, se transmiten o reaparecen cada tanto, casi siempre si no siempre, a través del hilo conductor de sus autores y lectores. Casi siempre influenciando pueblos enteros. Casi nunca a través de las subterráneas potencias de los pueblos, de las civilizaciones con sus formas de hacer y de sentir que definen o condicionan una idea, una corriente de pensamiento.

Igual las tecnologías: se considera que la imprenta en el siglo XV, la máquina a vapor del siglo XIX o Internet en el siglo XX provocaron revoluciones en las formas de sentir y de pensar de las sociedades pero no se considera por qué dichos inventos aparecieron en determinado momento y no antes cuando fueron posibles. Y si no fueron posibles por un estado x de la tecnología del momento, por qué la humanidad o un grupo representante de esa humanidad en determinado momento se obsesionó con dar una solución a un problema del que no dependía la sobrevivencia inmediata de la humanidad.

A partir de estas claves hermenéuticas de lecturas pueden releerse los textos que inventaron nuestras repúblicas y nuestras realidades, nuestros sueños y nuestros crímenes, desde el ensayo hasta la poesía y la ficción, desde Domingo Sarmiento hasta José Martí. En esta relectura deberemos tener como marco la idea de una ausencia —el texto no escrito— que, de una forma o de otra, se explicará y se revelará en la misma violencia suave de los textos escritos, como las iglesias construidas sobre los templos indígenas. Así los documentos históricos se evidencian aún más en su carácter literario, ficticio, como creadores de una realidad más real que la realidad. Como he sugerido anteriormente, es posible sospechar, sino descubrir, las huellas de Quetzalcóatl, Viracocha, de los mitos y de antiguas formas en los mismos escritos de los escritores comprometidos del siglo XX, desde Roque Dalton y Ernesto Guevara hasta Ernesto Cardenal y Eduardo Galeano.

Jorge Majfud

Jacksonville University

Enero 2010

Estado de contradicción

Estado de contradicción


El país industrializado con mayores problemas raciales contra los negros es el país que primero puso a un negro en la Presidencia y a toda una familia de negros en la Casa Blanca.

El país que, como pocos, ha discriminado a los negros a lo largo de su historia, es el país donde no se puede pronunciar la palabra negro sin riesgo de ofender a los negros.

El país donde los derechos y las oportunidades laborales de las mujeres han alcanzado niveles históricos, es el país que nunca ha tenido una presidenta o vicepresidenta mujer.

El país que inventó las ciudades de rascacielos define su estilo de vida por sus casas rodeadas de árboles y extensas sábanas de césped, mientras que los descendientes de los africanos que habitaban las calientes selvas de África ahora se concentran en los centros más urbanos de las frías ciudades de los rascacielos.

El país cuya cultura afro, como el blues o el rap, se distingue por su tristeza o por su rebeldía intrascendente, procede de las culturas africanas que en África y en el Caribe se distinguen por su alegría. El dolor distintivo de esta cultura y la violencia que no libera, como la religión, la lengua, la ideología y todo lo que no se refiera a la biología de los negros norteamericanos procede de Europa. Razón por la cual los afroamericanos deberían llamarse euroamericanos, si no considerásemos algo tan superficial como el color de la piel.

El país que tiene una de las ciudades con más problemas de violencia por armas de fuego se llama Filadelfia, que significa amor fraternal.

El país donde sus patriotas más conservadores han impuesto la idea de que su país es fundamentalmente cristiano y conservador fue fundado por un puñado de políticos y filósofos ilustrados, anarquistas, revolucionarios y por lo menos laicos, seculares o agnósticos.

El primer país del mundo que se funda en base al secularismo, a la separación del Estado y la religión, es el país de Occidente donde la religión es más omnipresente y decisiva en la sociedad, en la política y en el gobierno.

El país donde con más rigor se cumple la ley, donde la autoridad se respeta más, donde los ciudadanos comunes son más respetuosos de las reglas, las normas y los derechos ajenos es uno de los países que con más frecuencia y con mayor gravedad ha violado las leyes internacionales.

En el país donde más odian tener algún tipo de gobierno que se meta en la vida privada de los ciudadanos es el país donde primero se puso en práctica el espionaje panóptico en la vida privada de sus ciudadanos y donde los ciudadanos más reclaman del gobierno un control estricto de las personas sospechosas, que vienen a ser todas aquellas que están de acuerdo con tener algún tipo de gobierno.

En los estados más industrializados del país más industrializado del mundo viven los Amish, quienes andan en algunas autopistas con sus carritos tirados por caballos. Todo para no contaminarse de las contradicciones del mundo industrializado.

El país que tiene al intelectual vivo más citado del mundo y sólo menos citado que Marx entre los muertos, Noam Chomsky, es sistemáticamente criticado por su intelectual más reconocido y citado en el mundo.

El país que suele arrasar con los premios Nobel, el país que monopoliza los rankings de las mejores universidades del mundo, el país que más ha contribuido con inventos, descubrimientos y teorías madres en más de un siglo, es el país que tiene la población más ignorante en geografía, historia, matemáticas, filosofía, física y todo lo que tenga que ver con algún conocimiento sofisticado.

El país que tiene más medallas olímpicas de la historia, que más ha acumulado récords en los juegos de invierno y de verano, es el país donde la gente más anda y menos camina, es el país con los mayores problemas de obesidad en el mundo.

Es también el país donde los pobres sufren de obesidad y los ricos y educados parecen hambrientos.

Es el país donde una hamburguesa con papas fritas y Coca-Cola cuesta 5,99 dólares y sin Coca-Cola cuesta 6,35.

Es el país cuyos estados más liberales, los del noreste, son estados católicos y cuyos estados más conservadores, los del sur, son estados protestantes.

Es el país donde sus religiosos más conservadores y que más profesan la religión del amor de Cristo y la otra mejilla por la no violencia, son aquellos que con más vehemencia defienden el derecho a portar armas, tienen clubes de caza, poderosas asociaciones de rifles, son los únicos en justificar las bombas de Hiroshima y Nagasaki y los primeros en promover intervenciones militares en otras partes del mundo que no han entendido en qué consiste el amor.

Es el país con la mayor influencia política del mundo y cuyos habitantes y votantes menos se interesn por la política secular.

El país que más ha intervenido en los gobiernos ajenos en el último siglo, es donde sus habitantes más ignoran conceptos básicos de historia y geografía, sea del mundo o de su propio país; es el país donde (quizás no sea casualidad) ni siquiera existe una materia llamada geografía en sus escuelas secundarias.

El país por el cual el mundo entero celebra con el feriado más universal el día de los trabajadores, no celebra ni recuerda ese día sino un día más abstracto e impersonal, el día del trabajo, otro día, para no mencionar a los innombrables.

El país que es venerado por su cultura del trabajo, no celebra a sus trabajadores, pero recuerda dos veces al año a los soldados caídos en las guerras. Porque las guerras y la destrucción son más importantes que el trabajo y la construcción para defender la libertad. La libertad de la gente que no necesita trabajar.

Es el país que ha globalizado la contradicción radical del narcisismo voyerista, principal característica de la generación virtual.

Es el país que ha logrado reemplazar la política y la ideología por la economía, lo que significa un radical triunfo político e ideológico a escala mundial.

Ese país es, también, el país más criticado del mundo, por propios y por ajenos, y es, al mismo tiempo, el país más imitado. Sobre todo, por los países emergentes, según la definición de sumergidos desarrollada por el país emergido.

Abril 2010.

Títeres, titiriteros y liberaciones de closets

Lady GaGa concert

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Puppets, Puppet Masters, and Closet Liberations

Títeres, titiriteros y liberaciones de closets


El 5 de abril de 2010, una encuesta de la mundialmente influyente revista Time reveló que para sus lectores Stefani Joanne Angelina Germanotta, conocida como Lady Gaga, era la persona más influyente del mundo. Según el periodista Robert Paul Reyes, sin duda la cantante captura perfectamente el espíritu de los tiempos (“she perfectly captures the spirit of the times”).

El 21 de abril de 2010 el banco de inversiones Goldman Sachs reportó con tono triunfal una ganancia neta de más de 3.000 millones de dólares en el último trimestre.

El 22 de abril, en un discurso en Cooper Union, cerca de Wall Street y con el propósito de convencer al público sobre sus propuestas regulatorias del sistema financiero, el presidente Barack Obama quiso defenderse de los emergentes grupos de la extrema derecha que lo acusan de marxista, asegurando que él todavía cree en el poder positivo del mercado. No obstante, “un mercado libre no significa que cada uno pueda tomar todo lo que quiera de la forma que sea”. Apelando a su discurso populista, según los seguidores de Sara Palin, Obama acusó que “algunos en Wall Street olvidaron que detrás de cada dólar invertido en la bolsa hay una familia que intenta comprar una casa, pagar sus estudios, abrir un comercio o ahorrar para un retiro”.

El viernes 23 de abril, un informe de la Comisión de Valores del senado de Estados Unidos emitido por el ABC TV denunció que durante la gran crisis financiera de Estados Unidos que dejó sin trabajo a más de ocho millones de personas en 2008, varios inspectores que debían controlar Wall Street invertían sus horas laborales en descargar y mirar pornografía. Uno de ellos llegó al record de invertir ocho horas en esta actividad. Si bien sólo una minoría de los empleados se dedicaba la pornografía en sus horas de trabajo, más de una docena de ellos eran altos funcionarios con cargos de responsabilidad.

Mientras tanto, en ciudad Gótica, según reveló una comisión del Senado norteamericano, los gerentes del mega banco de inversión Goldman Sachs apostaban al derrumbe del sector inmobiliario que dejó a miles de familias sin su propiedad.

Según la agencia Reuters, el New York Times y cada uno de los diarios de mayor circulación en Estados Unidos, algunos responsables de Goldman Sachs Group vieron la posibilidad de hacer un buen dinero en medio de la crisis crediticia y poco antes del derrumbe de las hipotecas.

“Parece que vamos a ganar bastante dinero”, escribió en un correo electrónico Donald Mullen, uno de los ejecutivos de Goldman. Otro, Lloyd Blankfein, ante las acusaciones de fraude emitidas por el propio gobierno y en un hostil contexto reformista del presidente Obama, aseguró que la compañía había perdido dinero durante la crisis. En setiembre de 2008 la empresa recibió 25.000 millones de dólares de los contribuyentes en forma de bailout o rescate financiero.

Según el senador demócrata Carl Levin, los correos descubiertos demuestran que, en realidad, Goldman ganó mucho dinero apostando contra el mercado hipotecario” (“These e-mails show that, in fact, Goldman made a lot of money by betting against the mortgage market“. Fox News). En noviembre de 2007, según el jefe financiero de Goldman Suchs David A. Viniar, habían ganado más de 50 millones de dólares en un solo día apostando a que las acciones vinculadas a hipotecas se hundirían. Según el Washington Post, el juego de Goldman consistió en convencer a la gente para invertir en el mercado inmobiliario al mismo tiempo que ellos mismos apostaban en dirección contraria.

En cualquier caso la herramienta principal consiste en la promoción del deseo y el castigo del placer. Para esto el orden y la cultura hegemónica se sirven de sus banqueros y sus religiones, de sus artistas y de prostitutos, de sus discursos de heroicas y ejemplificartes liberaciones de closets y de tocadores.

De aquí la importancia de la cultura populista y de la inocencia del mercado del sexo, de la pornografía que convenientemente se llama arte, y de las “expresiones personales de autenticidad” que proclaman no tener nada que ver con la política.

Salvo en la mente de perversos críticos radicales.

Quizás los lectores de Time tengan razón. En una sociedad gaga, en un orden planetario dominado por la superficialidad y el narcisismo intrascendente, tal vez un personaje irrelevante como Lady Gaga sea, de verdad, una de las personas más influyente del mundo.

Jorge Majfud

Ilustrados y salvajes en América Latina

Ángel Rama

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Ilustrados y salvajes en América Latina

Ángel Rama nos recordó algo que es básico en cualquier antropología: las represiones son componentes obligados en cualquier cultura (Transculturación). En el caso latinoamericano, por razones históricas, éste factor ha sido fundamental y quizás definitorio.

La Conquista, con su violencia bélica y su violencia moral asentada en el complejo de superioridad de la cultura europea se perpetuó en el rechazo público y sistemático de la clase criolla dominante en las nuevas repúblicas del siglo XIX hacia todo lo amerindio. En literatura, el romanticismo que sirvió como forma de legitimación intelectual del nuevo proceso de consolidación de las nuevas repúblicas con su desesperada búsqueda de identidades definidas, fue otro trasplante de la cultura ilustrada de Europa. Desde el romanticismo de la primera mitad del siglo XIX en el Río de la Plata hasta el de la segunda mitad en la región andina, se trató de una nueva superposición cultural, más que una transculturación o, menos, una recuperación de la cultura vernácula, popular. Ángel Rama recuerda que, “sea cual fuere la valoración que se asigne a la obra de Ricardo Palma, cuya rehabilitación fue abierta por el propio Mariátegui haciendo de él un intérprete del demos limeño, no hay duda de que en 1872, la ‘tradición peruana’ es una solución estética epigonal que todavía se abastece de la literatura española romántica cuando no de los maestros del Siglo de Oro”.

Una y otra vez estamos ante el divorcio y la represión de una de las partes sobre la otra: la “ciudad letrada”, la clase alta y su cultura ilustrada, sobre la mayoritaria sociedad oral de una cultura popular que no podía estar muerta sino ignorada o despreciada por aquella.

No será hasta mediado del siglo XX que este signo se revertirá. Las culturas y las razas antes despreciadas se volverán centro de reivindicación. Hernán Cortés, Domingo F. Sarmiento y el indigenismo del siglo XX podrían considerarse representantes de esos tres momentos. El mismo Ángel Rama define cuatro apariciones del indio como tema en la literatura latinoamericana: (1) en la literatura misionera de la Conquista; (2) en la literatura crítica de la burguesía mercantil del período revolucionario; (3) en el romanticismo como lamentación por su destrucción; y (4) “en pleno siglo XX, bajo la forma de una demanda que presentaba un nuevo sector social, procedente de los bajos estratos de la clase media, blanca o mestiza. Inútil subrayar que en ninguna de esas oportunidades habló el indio, sino que hablaron en su nombre”.

Tampoco el público consumidor de esta literatura fue el pueblo iletrado, lo cual no sólo establece una barrera que separaba un estamento cultural del otro, sino que, por otra parte, debió “preservar” por largos siglos las características y valores de la forma más radical posible. La literatura, aún cuando tenía al indio como tema de reivindicación, era un producto de consumo de las clases ilustradas. Esto había pasado, según Rama, con el Memorial de Las Casas, Siripo de Albarden, Tabaré de Zorrilla de San Martín y Huasipungo de Jorge Icaza. Pero el hecho de que el estamento ilustrado ignorase doblemente (como productor y como consumidor) al estamento popular, no significaba que estuviese muerto.

El mismo Mariátegui creía que lo único que sobrevivía del Tawantinsuyu era el indio como cuerpo biológico, ya que la civilización había perecido.

Por otro lado, como síntoma y fenómeno nuevo del siglo XX, la reivindicación junto con el ascenso de las clases pertenecientes al estamento no ilustrado, encontró formulaciones que al invertir los valores dominantes se encontraron en un extremo igualmente inverosímil de interpretación. Según Rama, las nuevas reinterpretaciones del pasado incluía la imposición de “un nuevo mito que quedó definido en el título de un libro famoso, El imperio socialista de los incas, pero que fue un lugar común del pensamiento político socialista, que vio en la supervivencia del ‘ayllu’ la llave para conectar las estructuras económicas arcaicas con las más modernas en un abrir y cerrar de ojos transitando milenios”.

Podemos pensar que el mismo proceso del humanismo europeo —que revalorizó la cultura popular en Europa y reivindicó la universalidad del individuo como igual y libre aunque deformado por las sociedades verticales compuestas por castas o estamentos y regidas por el prestigio de la autoridad— provocó en la América Latina del siglo XX una reacción contra las clases dominantes, visualizada principalmente por la ideología contestataria del socialismo.

El liberalismo del siglo XIX se continuó “naturalmente” en un pensamiento más radical que luego fue identificado con su contrario: el marxismo. Esta nueva filosofía europea, aunque de una formulación compleja y sólo accesible en su plenitud a los nuevos intelectuales, se acercó a las masas no-letradas del continente y de allí recibió la influencia de una tradición que nunca había muerto sino sólo se había transformado bajo las sombras eternas que proyectaba la cultura ilustrada, principalmente europeísta. Así, al mismo tiempo que los intelectuales se acercaban a un grupo (las emergentes clases bajas) y rechazaban otro (las tradicionales clases oligárquicas), también la cultura popular, oral e iconolástica, disputó a la antigua cultura ilustrada el prestigio del libro. El intelectual se popularizó y el pueblo se intelectualizó.

Así se llega a un fenómeno aparentemente contradictorio en América Latina: los intelectuales comprometidos, casi siempre escritores de izquierda, articularon un discurso racional, el marxismo, al tiempo que se sumergían en un paradigma que lo contradecía: la reivindicación de un mundo mítico, de un regreso al origen antes que un progreso hegeliano de la misma; de un movimiento circular, propio de los mitos, antes que la irreversible linealidad judeocristiana; de la sabiduría de la naturaleza antes que la veneración moderna de la industria; de la emoción antes que de la racionalidad; de la estética y la espiritualización del Cosmos antes que la deshumanización cuantificadora que hoy ya no sufrimos como máquinas productoras sino como máquinas consumidoras.

Jorge Majfud

2009

Armas y letras

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Armas y letras

Quizás América Latina sea la región del mundo donde de forma más recurrente se dio la doble condición de hombres de armas y de letras, tópico de la España de Cervantes.

Incluso el mítico cacique rebelde, Tupac Amaru II, decapitado después del tormento de un descuartizamiento fallido por parte de cuatro caballos, era un indio con una doble educación. Sabía español, había leído al Inca Gracilaso de la Vega y compartía sus lecturas con el grupo cercano de sus seguidores rebeldes (Fox, 16), lo que recuerda a Ernesto Che Guevara leyendo a Neruda, escribiendo diarios, ensayos y poesía o ensañando francés a sus mal armados guerrilleros. Muchos de los intelectuales aquí considerados han derivado de las letras a la militancia, desde Sandino hasta Rodolfo Walsh, pasando por Ernesto Guevara, Francisco Urondo y Roque Dalton. Dalton confiesa haber derivado a la militancia desde la poesía. Guevara, el médico, tenía a la escritura como una profesión sagrada y así lo reconoce, por ejemplo, en una carta enviada a Ernesto Sábato luego del triunfo de la Revolución cubana. Su padre, Ernesto Guevara Lynch, reconoció que Ernesto leyó desde niño El Quijote pero “los poemas de Neruda le causaron una especial admiración. Esta referencia hispánica al Quijote se repite muchas veces. En su primer viaje, Granados y Guevara sobre su moto reproducen la imagen errante de Quijote y Sancho panza. Muchos años después, cuando parte a su última aventura revolucionaria, le escribe a sus padres reconociendo que “otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante, vuelvo al camino con mi adarga al brazo”. (Epistolario, 29). Pero este paralelo válido debe entenderse por una cultura dominante que retiene la imagen del Hidalgo de la Mancha antes que la vaga y casi inexistente imagen de una serpiente emplumada. Si bien don Quijote es un justiciero solitario, es el antihéroe, ridículo del que no se esperan lectores convencidos en la validez de sus hazañas, más allá de la aventura literaria, sino todo lo contrario: es el ejemplo de los ridículo, no del hombre-dios arribando a una tierra para imponer el orden justo que devuelva la armonía al Cosmos. El mismo viaje que realizan Guevara y Granados lo hicieron dos siglos antes Concolorcorvo y don Alonso, otra imagen del héroe quijotezco.

No tanto el Neruda de los 20 Poemas de Amor, sino el Neruda vibrante y audaz del Canto General y lasResidencias” (Gonzáles, 70). El mismo Guevara fue autor de algunos poemas que dio a conocer. En sus discursos públicos, como en el que dio en la ONU se puede apreciar el ritmo poético de Neruda y se sabe que en medio de sus campañas de guerrillero llevaba libros del chileno. Quienes no dieron este paso radical de compromiso, lo sustituyeron por la militancia política, como Mario Benedetti o le cantaron a esta dualidad común: “a la luz de una fogata Sandino leyendo El Quijote” (Cardenal, Canto, 47). Cardenal insistirá luego con la misma idea: “Sandino no tenía cara de soldado, / Sino de poeta convertido en soldado por necesidad” (Cardenal, Antología, 13). Más tarde, en “Netzahualcoyotl”, el poeta católico les canta a los dioses americanos y revela ese origen ancestral, mito del poeta justiciero. “El Rey dice: ‘y / soy un cantor…’ / El Rey-poeta, el Rey-filósofo (antes Rey-guerrillero) / cambió su nombre ‘León-Fuerte’ por ‘Coyote-Hambriento”. […] “derrocó tiranos y juntas militares” (Antología, 180). Más adelante poetiza el paso de “un Estadista-poeta, cuando había democracia en Texcoco”, caminando

bajo los aguacates; va con Moctezuma I y otros poetas […]

Oh Moctezuma

solo entre las pinturas de tus libros

perdurará la ciudad de Tenotchitlán

el poder decir unas palabras verdaderas

en medio de las cosas que perecen. (181)

Cien años antes de Don Quijote, el conquistador y aventurero Hernán Cortés se embriagaba de literatura en la Universidad de Salamanca, donde no fue un buen estudiante. Como el justiciero reparador de La Mancha, Cortés leyó novelas de caballería y fabulosos relatos del descubrimiento de América. No lo llamaba la justicia ni el compromiso, sino la aventura y la ambición. Conquistó una civilización infinitamente superior a sus fuerzas y se convirtió en uno de los best-sellers literarios de la Europa de su época.

Esta antigua condición del hombre de “armas y letras” que se reproduce en América Latina, en casi todos los casos las letras precede a las armas o al compromiso. Pero el escritor comprometido contemporáneo está definitivamente marcado por el humanismo prometeico —libertad, igualdad, progresión— y el paradigma prehispánico: sacrificio y recreación de la humanidad.

Jorge Majfud

Jacksonville University