Credo nella letteratura come potente mezzo di rivelazione e guarigione; nonostante la sua missione non sia né curare né moralizzare

Alberto Asero dialoga con lo scrittore uruguaiano Jorge Majfud su El mar estaba sereno, romanzo finalista della sesta edizione (2018) del Premio Letterario Internazionale Indipendente

Tutti abbiamo un qualche giorno segnato, ed è per questo che più in là del futuro ci aspetta sempre il passato.

El mar estaba sereno, Izana Editores, Madrid 2016.

Nel tuo romanzo, El mar estaba sereno, affronti un aspetto della vita che, a dispetto del suo enorme peso esistenziale, solo raramente risveglia una riflessione nelle persone: le svolte che disegnano la rotta di una biografia sono solite passare inavvertite sul momento, mostrando la loro vera forza a volte dopo molti anni, retrospettivamente. Perché affrontare questo tema in un romanzo e non, ad esempio, in un saggio?

Questo, come tanti altri problemi, può essere affrontato in profondità solo in un romanzo, vale a dire in quella forma di rappresentazione fittizia in cui lo scrittore esplora le sue intuizioni più persistenti cercando di chiarirle, non da un punto di vista razionale bensì emotivo. Si può discutere per secoli su amore, paura, angoscia, speranza, ma se queste emozioni non vengono affrontate in un’opera d’arte non è possibile completare ciò che potremmo definire l’appropriazione e la comprensione delle stesse. Neppure l’esperienza personale, diretta, di queste emozioni, di questi sentimenti, è sufficiente per approssimarci alla natura del fenomeno, e questo perché quando siamo avvolti dagli eventi del presente (soprattutto quando questi eventi e questo presente sono intensi, drammatici) non possiamo avere né la lucidità, né la serenità, né la distanza per riflettere e ri-sentire su quella parte più profonda ed autentica della natura umana. Ciò detto, certo che possiamo fare una sintesi più o meno razionale di ciò che pensiamo del fenomeno stesso, come forma di introduzione limitata e precaria al fenomeno.

Questo bisogno di ricorrere all’arte per affrontare sentimenti ed emozioni vale anche quando si tratta di recuperare, per così dire, il fil rouge della propria vita – i “giorni segnati”?

In El mar estaba serenoi “giorni segnati” sono quei giorni, quei momenti nella vita di qualunque individuo, che sul momento sono passati inosservati ma che hanno impresso un cambiamento radicale nella vita di una persona (in questo caso, di un personaggio) o la definizione di un destino. Spesso, questi giorni segnati non solo sono trascorsi all’insaputa di chi li ha vissuti (una decisione, una negligenza), ma sono anche rimasti occulti alla coscienza ed alla memoria, soprattutto quando avvenuti in un’età remota, e tuttavia permangono in ciascuno come un’inquietudine, come la persistenza di un timore, di un’ossessione, di una fissazione emotiva. In El mar estaba sereno (il titolo si basa sulla contraddizione fra l’apparente serenità del contesto e il dramma che contiene), i personaggi non solo sentono questa presenza oscura, abissale, inquietante ed incomprensibile, ma addirittura le vanno incontro nei modi più diversi (“più in là del futuro c’è il passato”).

Assieme a questa ricerca del segno che un avvenimento ha lasciato nella storia di una persona soggiace l’idea, l’intuizione, il sospetto che pur se condannati alla libertà, come direbbe Sartre, riproduciamo in realtà le esperienze dei nostri antenati in scenari differenti. Perché gli scenari sono inevitabilmente diversi (c’è chi emigra e i suoi figli e nipoti vivono in un altro paese; la storia ha cambiato alcuni aspetti visibili, come la tecnologia, ecc.), però nel fondo, in quelle profondità esistenziali che davvero contano, non stiamo facendo altro che ripetere la vita dei nostri progenitori, dei nostri antenati, senza saperlo. Ovverosia, esattamente come un lettore sente ciò che sente lo scrittore quando riesce il miracolo della comunicazione e l’empatia, i nostri sentimenti, le nostre ansie, le nostre paure, amori, speranze non si discostano poi così tanto da quelle di tutti gli altri, ed è questo ciò che fa di noi un essere collettivo, come se fosse l’unico modo di valicare i rigidi limiti, le alte muraglie dell’io, colui che sono e che di impedisce di essere altri. Questo è qualcosa che l’arte può riuscire a fare, almeno per un momento, almeno per un attimo breve come l’eternità. E ritorna qui, seppure per altri motivi, quanto al principio del romanzo: “più in là del futuro c’è il passato”.

Appropriazione e comprensione, dicevi. Il romanzo – quantunque lo stesso discorso valga anche per altre forme artistiche – sembrerebbe manifestare qui una delle sue più fondamentali vocazioni: essere un’elaborazione “situata”, per così dire, della criticità esistenziale. Una criticità che intravede nel romanzo un’opportunità di rappresentarsi e riconoscersi, ma anche di provare percorsi alternativi e preparare nuove vie d’uscita, e questo perché si rifiuta di essere isolata dall’esistenza che la sperimenta – amore, paura, angoscia, speranza non possono esistere altrimenti che così, in relazione cioè ad una biografia. C’è forse qui una tensione, epistemologica e metodologica, fra letteratura e psicologia, che ben potremmo leggere a partire della distinzione proposta da Karl Jaspers fra spiegare e comprendere in quanto ottiche alternative sull’esistenza: la prima fondata sulla causalità, la seconda orientata invece al senso, che si mostra solo in quanto “situato”, ossia in (e a partire da) una biografia.

Nel caso del romanzo, per via del suo ambizioso potere di copertura, privo di limiti di estensione, sprovvisto di limiti formali ad eccezione dell’uso quasi esclusivo della parola, è un genere che può contenere tutti gli altri generi, come la poesia, il dramma e persino il saggio. D’altro canto, i personaggi, se sono personaggi umani, completi, sono esseri razionali ed irrazionali, esseri che pensano e che sentono. Eduardo Galeano applicava un’approssimazione “sentipensante” ai suoi saggi, alle sue storie. Il romanzo non è differente, salvo per il fatto che si tratta di fiction, ossia consiste nello sviluppo di uno o di diversi sogni, individuali e collettivi, attraverso uno stato di semi-incoscienza, un permanente navigare sul filo della frontiera fra razionale ed onirico. In fin dei conti, come la vita di chiunque di noi. Però il romanzo, così come altre forme d’arte, ha la capacità di esporre un dramma, emozioni superficiali e profonde, al tempo stesso in cui mantiene una certa distanza per far sì che lo scrittore e, soprattutto, il lettore, possano sognare ad occhi aperti, possano affrontare una situazione esistenziale con una capacità speciale di sentirla, ricordare e riflettere sulla situazione stessa. In un mondo abbrutito dal consumismo e dalla semplificazione del mercato, all’arte, o per lo meno all’arte che non viene prodotta meramente per la vendita, corrisponde questa missione di ri-umanizzazione.

Rispetto a quanto dici intorno alla tensione fra letteratura e psicologia, credo che entrambe, letteratura e psicologia, condividano molti aspetti, così come quando parliamo di letteratura e politica, letteratura e sesso, ecc. Difatti la psicologia è, come la religione, letteratura con le sue proprie condizionanti. Stesso discorso per la letteratura: è impossibile (o l’esperimento non varrebbe la pena) creare un personaggio senza una determinata psicologia, senza identità. In alcuni romanzi, come Delitto e castigo di Dostoevskij o certuni di Charles Bukowski, questo fattore può essere centrale mentre in altri può essere meno importante, come succede in certi romanzi di mistero confezionati per la vendita (dove il puzzle causa-effetto è più importante della motivazione dell’assassino), o può essere un’elaborazione subliminale, come succede nelle favole o nelle leggende. D’altra parte, come abbiamo detto l’anno scorso in occasione di una relazione per il tuo Congresso, credo che dalla narrazione scaturì la coscienza del mondoPoter ordinare gli eventi in un ordine causale o magico, logico o assurdo, significa catturare ciò che eccede la nostra vista, ciò che non si può toccare, e che tuttavia definisce l’esistenza, il più grande mistero di tutti: la coscienza. Nel mio ultimo romanzo, ancora inedito, il personaggio principale fa il check out in albergo e vede una pietra sul banco della reception. La repectionista gli dice che è un pezzo di asteroide. Il personaggio non riesce a spiegarsi per quale ragione un pezzo di pietra scura rappresenti un profondo interrogativo esistenziale: ha viaggiato durante milioni di anni, cieca, attraverso uno spazio morto, e in questo momento “esiste” dinanzi alla coscienza ed alla perplessità di quell’essere di un sol giorno, che siamo noi esseri umani. Si possono scrivere (e difatti si sono scritti) centinaia di libri filosofici e psicologici su questo tema, però credo che quel momento espresso dalla perplessità fugace di un essere insignificante possiede una forza ed una rivelazione che non possiamo spiegare in modo razionale né capire completamente. Il personaggio non trova le parole e, perciò, la coscienza, come l’esistenza di quella pietra, si dissolve nell’inconscio o nel nulla.

Se la coscienza del mondo si attorciglia (anche) attorno ad un tessuto narrativo, narrare è forse qualcosa di simile ad un istinto, una pragmatica dell’esistenza; però anche un balsamo, un antidoto all’agorafobia del mondo. Viene a proposito l’asteroide del tuo nuovo romanzo: rappresentazione di un’intrusione, di una provocazione, di una breccia nell’ordine narrativo vigente fino alla caduta dell’asteroide stesso; breccia destabilizzante, insostenibile e richiama chiaramente una sfida, al punto che la comprensione dell’asteroide nella consciousness zonesembrerebbe implicare, ipso facto, un processo orientato asintoticamente ad una ricostruzione possibile del tessuto narrativo che avvolge la coscienza. Ci sono però letterature che sembrano remare nella direzione diametralmente opposta, poetiche animate non da una tensione inclusiva (e in un certo senso ri-ordinatrice), bensì da un’espansione mistica (penso ad Alain Fournier o anche a Eugenio Montale). Tornando alla metafora, una cosa è “invitare” (narrativamente parlando) l’asteroide a far parte della comunità degli oggetti riconosciuti, altra cosa è afferrarsi all’irriconoscibile per riaffermarlo come tale e, attraverso di lui, cercare di “vedere”. Mi sembra che nel primo caso – riprendo qui qualcosa che dicevi più sopra – la parola disegni l’orizzonte amplissimo del romanzo, mentre nel secondo la parola continui ad essere un limite, però nel senso di un’insufficienza; mi pare, detto altrimenti, che nel primo caso l’esperienza narrativa sia immediatamente psico-terapeutica, mentre nel secondo sia religiosa. Se così fosse, che possibilità ci sono dinanzi all’asteroide? Che possibilità ha la letteratura di non dover scegliere fra tacere, à la Wittgenstein, o addentrarsi in nuove teologie negative? Tertium non datur?

Il “tertium non datur” si può applicare solo alla logica, o agli asteroidi. Non alla letteratura, non alla vita. D’altro canto, narrare potrebbe essere un impulso, una necessità, una facoltà prodotta dall’evoluzione come lo è il linguaggio stesso, però non necessariamente un istinto.

Como abbiamo detto prima, la differenza fra saggio e fiction risiede nel fatto che quest’ultima esplora fondamentalmente l’emotivo, l’emozione, e, per tanto, quelle zone dell’umano che hanno profonde radici nell’inconscio. Tuttavia (e qui troviamo un apparente paradosso) questa spiegazione si fa con uno strumento che trascina i fenomeni inconsci verso la coscienza. La differenza? La narrativa accademica, analitica o saggistica, utilizza mezzi razionali e il suo oggetto è comprendere un problema razionalmente. La fiction utilizza mezzi sensibili ed il suo oggetto è appropriarsi del fenomeno in maniera sensibile. Quando raccontiamo un sogno, traduciamo un fenomeno sperimentato in forma puramente emotiva, assurda ed irrazionale in un ordine narrativo, collocandolo in differenti livelli: a) ad un livello ancora sensibile (la narrativa, il racconto), o b) ad un livello razionale (psicanalisi, per esempio). Certo che la narrativa di fantasia, come la pittura, come la matematica, come il sesso, possano essere effettivamente psicoterapeutici, catartici nel senso dell’antica tragedia greca e della più recente pratica psicanalitica. Però la letteratura è tale per via di “qualcosa in più” che è molto difficile spiegare razionalmente. È questo “qualcosa in più” che segna la differenza fra un uomo vivo e il suo cadavere. Questo “qualcosa in più” è molteplice e include anche la sua volontà di negazione, come l’idea impossibile di svuotare di significato le parole attraverso la loro ripetizione, come in un rosario che viene ripetuto a memoria mille volte, o il mero piacere della composizione di parole, ecc. La volontà e la necessità di creazione (che è sempre la forma più radicale di libertà) è un altro componente della letteratura, come lo è di qualsiasi arte, di qualsiasi filosofia, di qualsiasi scienza e di qualsiasi altra attività elevata dell’intelletto e dello spirito umano.

La riflessione, la perplessità di una persona o di un personaggio dinanzi ad un frammento di asteroide (che esiste, che è esistito durante milioni di anni, però non ha coscienza, non ha senso, come non avrà senso l’Universo quando avremo smesso di esistere, di sentirlo e di pensarlo) può solo rivelare i limiti della comprensione e della percezione umana: siamo come molluschi rinchiusi nei loro gusci in fondo al mare. Molluschi, ma con perle.

Un’ultima considerazione a proposito dei “giorni segnati”, in quanto occasione per evocare il tema – implicito nel tuo discorso – del potere della letteratura sulla psiche…

Prima di terminare con la domanda, permettimi di fare una precisazione su questo punto. Da almeno vent’anni a questa parte, nel contesto tanto dell’analisi accademica quanto del romanzo, stiamo riflettendo e lavorando sull’idea che la letteratura non è solo una forma di esplorazione della natura umana più profonda, bensì che la realtà sociale ed individuale è organizzata dalla forza di fictionfondatrici. Ciò che in altri momenti storici si chiamava “mito”, ossia quella rappresentazione fittizia che non sembra tale a chi vi è immerso, quando uno ne è personaggio. Per questo i miti si considerano sempre degli altri. Io direi che il primo aspetto, quello dell’esplorazione, è il più nobile dell’arte, mentre il secondo viene abitualmente usato dalla politica e, in forma cosciente ed incosciente, è uno strumento di manipolazione di certi gruppi a beneficio di altri. Recentemente, il best seller e storico Yuval Noah Harari ha girato il mondo ripetendo che la differenza fra gli uomini ed il resto degli animali, ciò che ci rende potenti, è la nostra capacità di creare e condividere rappresentazioni fittizie (religioni, ideologie) capaci di organizzare grandi società più in là della tribù. Nulla di nuovo, in realtà. Lo sapevamo già da molto tempo, grazie a vari studi accademici realizzati negli ultimi dieci anni, e molte volte abbiamo posto l’accento sul fatto che il vantaggio dei nostri principali antenati, i Cro-Magnon, sui nostri cugini, i Neanderthal, fu che i primi erano in grado di credere in storie, dei e rappresentazioni fittizie, mentre i secondi, i perdenti, gli sterminati, erano troppo realisti. L’idea della “realtà della finzione” è presente anche nel libro Critica della passione pura (1998) e in articoli come “L’intelligenza collettiva” (2007), “Il realismo magico della macroeconomia” (2010), è centrale nel libro di analisi semantica La narrazione dell’invisibile (2005) o in Cyborgs(2010, per esempio “I limiti della fede”). Ora, non come saggisti bensì come romanzieri, ci interessa quasi esclusivamente il primo elemento: l’esplorazione e la rivelazione di ciò che, paradossalmente, chiamiamo “creazione”. Dico “paradossalmente” perché la vera creazione è la fiction che non si chiama fiction: la narrazione politica, ideologica e mitologica della realtà, la fiction che crea realtà. Probabilmente non la chiamiamo “creazione” o “invenzione” perché è quasi sempre un’opera collettiva, un delirio collettivo, e raramente l’opera di un solo individuo.

Tornando ai “giorni segnati”, il fatto che gli avvenimenti rivelino solo di rado, immediatamente, la loro reale influenza sulla rotta di una biografia, fissa – mi pare – attorno alla stessa un orizzonte occulto che, a seconda del carattere della persona che lo abita, risveglierà un’angoscia paralizzante o, al contrario, un’apertura liberatrice verso il futuro.

I “giorni segnati”, tema di fondo di El mar estaba sereno, possono definire una vita senza che i suoi protagonisti, fittizi o reali, siano coscienti delle loro decisioni o delle loro esperienze nel momento cruciale. Personalmente, penso che tutti siamo soggetti a momenti decisivi. Basterebbe considerare un caso molto comune e poco drammatico, come l’incontro fortuito fra due giovani che poi si sposeranno, avranno dei figli e costruiranno o distruggeranno una vita, una storia. I decenni a venire dipendono da un breve istante, da una semplice decisione. L’idea arbitraria di destino è un’altra rappresentazione fittizia che pretende di dare un senso unitario e una tranquillità metafisica all’esistenza (l’idea di una fatalità e inevitabilità come consolazione psicologica e intellettuale) ad una realtà che ci offre mille alternative in ogni minuto. Tutto qui. Ora, per me la riflessione o l’empatia letteraria possono proporzionare tutta la gamma di emozioni possibili, dalla depressione all’euforia, ma persino l’opera più oscura, quella che sembra deprimente, come Il pozzo di Onetti oLa nausea di Sartre, in quanto arte, non hanno un effetto depressivo bensì liberatorio. Conoscerci è liberarci.

A questo punto mi viene da chiederti se pensi che un lettore del tuo romanzo possa trovare in esso uno contesto in cui modulare costruttivamente gli eccessi di queste inclinazioni, farle diventare meno irriflessive, meno automatiche. Detto altrimenti e più in generale: credi che un romanzo possa aiutare ad affrontare ed a ricontestualizzare, per esempio, la paura di sbagliare che anticipa e accompagna ogni decisione destinata a segnare un cambiamento importante nella vita? (Questo, naturalmente, senza voler suggerire in modo alcuno una lettura strumentale della letteratura.)

No, non credo. Ma non credo neppure nella neutralità esistenziale della letteratura e dell’arte in generale (questo è precisamente ciò che ha imposto il mercato), bensì tutto il contrario. Nel Medioevo e mille anni prima, nell’antichità, le storie erano moralizzanti. I racconti del Conte Lucanor (quest’ibrido fra l’europeo e l’arabo, fra il cristiano, il musulmano e l’ebreo) terminavano con una morale. In inglese non c’è neppure un termine specifico per “morale”. Dicono “morale della storia”. Oggi, questa risorsa sarebbe demolita in quanto pacchiana. Le mille e una notte (quella meraviglia dell’immaginazione araba, con alcune lacune che produce la distanza temporale) la morale non era così esplicita, e tuttavia veicolava un messaggio morale. Secoli prima, la tragedia greca assolveva un certa funzione pedagogica rispetto al destino, la fortezza psicologica e certe esperienze morali. Quando non era catartica, cioè terapeutica. L’arte moderna, dal Rinascimento in avanti, separò l’etica dall’estetica fino a concentrarsi solo sull’estetica (“l’arte per l’arte”). Credo che la fiction, soprattutto il romanzo, essendo un genere ibrido, totalizzatore, integri o possa integrare tutto ciò che è rilevante rispetto all’esperienza umana, usando però le risorse interiori del lettore (emozioni, idee), non per educare, bensì per esplorare e liberare. Non credo nel romanzo o nel libro di racconti in quanto strumento diretto di aiuto, come del resto ti premuri di avvertire in coda alla tua domanda. Forse perché non credo neppure per un centimetro nella letteratura d’auto-aiuto, che gli unici che ha aiutato finora sono stati gli autori e le case editrici. Per lo meno non più di quanto creda nella confessione con il parroco o con lo psicanalista. Credo, questo sì, nella letteratura come potente mezzo di rivelazione e guarigione; fra le altre cose, chiaro, visto che la sua missione non è né curare né moralizzare.

Come ha funzionato tutto ciò su te stesso, come uomo e come scrittore?

Io mi sono salvato grazie alla letteratura (questo l’ha detto Ernesto Sábato e devo ripeterlo per far riferimento al mio caso personale), non però per la scrittura catartica bensì per la lettura appassionata. Quando ero un giovane disperso nel mondo, nel mio solitario dormitorio di studente, torturato dalle mie paure sociali, dalla mia ripugnante insignificanza, i libri mi hanno insegnato che il mondo è una rappresentazione fittizia, sociale e collettiva, prodotto di una distorsione (creazione) individuale: non mi riferisco alla pietra contro la quale inciampiamo, alla mancanza di cibo durante cinque giorni, ma a quasi tutto il resto: tutta questa storia del prestigio degli altri, dell’importanza di certe cose, di certe posizioni sociali, del futuro, del dovere, della vergogna di essere un personaggio ridicolo, dell’onore che vendono le cerimonie ufficiali… Tutte queste finzioni sociali, questi sogni collettivi. La letteratura aiuta a maturare, a vedere il mondo da molteplici punti di vista e a togliere importanza alle cose che non ne hanno se non grazie alla propria finzione. Ci sono ben poche cose realmente importanti in questo mondo e probabilmente nessuna lo è davvero. In altri termini, la letteratura innalza, e quando uno si trova al fondo di un pozzo psicologico o esistenziale, la unica forma di venirne fuori è innalzarsi.

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