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Credo nella letteratura come potente mezzo di rivelazione e guarigione; nonostante la sua missione non sia né curare né moralizzare

Alberto Asero dialoga con lo scrittore uruguaiano Jorge Majfud su El mar estaba sereno, romanzo finalista della sesta edizione (2018) del Premio Letterario Internazionale Indipendente

Tutti abbiamo un qualche giorno segnato, ed è per questo che più in là del futuro ci aspetta sempre il passato.

El mar estaba sereno, Izana Editores, Madrid 2016.

Nel tuo romanzo, El mar estaba sereno, affronti un aspetto della vita che, a dispetto del suo enorme peso esistenziale, solo raramente risveglia una riflessione nelle persone: le svolte che disegnano la rotta di una biografia sono solite passare inavvertite sul momento, mostrando la loro vera forza a volte dopo molti anni, retrospettivamente. Perché affrontare questo tema in un romanzo e non, ad esempio, in un saggio?

Questo, come tanti altri problemi, può essere affrontato in profondità solo in un romanzo, vale a dire in quella forma di rappresentazione fittizia in cui lo scrittore esplora le sue intuizioni più persistenti cercando di chiarirle, non da un punto di vista razionale bensì emotivo. Si può discutere per secoli su amore, paura, angoscia, speranza, ma se queste emozioni non vengono affrontate in un’opera d’arte non è possibile completare ciò che potremmo definire l’appropriazione e la comprensione delle stesse. Neppure l’esperienza personale, diretta, di queste emozioni, di questi sentimenti, è sufficiente per approssimarci alla natura del fenomeno, e questo perché quando siamo avvolti dagli eventi del presente (soprattutto quando questi eventi e questo presente sono intensi, drammatici) non possiamo avere né la lucidità, né la serenità, né la distanza per riflettere e ri-sentire su quella parte più profonda ed autentica della natura umana. Ciò detto, certo che possiamo fare una sintesi più o meno razionale di ciò che pensiamo del fenomeno stesso, come forma di introduzione limitata e precaria al fenomeno.

Questo bisogno di ricorrere all’arte per affrontare sentimenti ed emozioni vale anche quando si tratta di recuperare, per così dire, il fil rouge della propria vita – i “giorni segnati”?

In El mar estaba serenoi “giorni segnati” sono quei giorni, quei momenti nella vita di qualunque individuo, che sul momento sono passati inosservati ma che hanno impresso un cambiamento radicale nella vita di una persona (in questo caso, di un personaggio) o la definizione di un destino. Spesso, questi giorni segnati non solo sono trascorsi all’insaputa di chi li ha vissuti (una decisione, una negligenza), ma sono anche rimasti occulti alla coscienza ed alla memoria, soprattutto quando avvenuti in un’età remota, e tuttavia permangono in ciascuno come un’inquietudine, come la persistenza di un timore, di un’ossessione, di una fissazione emotiva. In El mar estaba sereno (il titolo si basa sulla contraddizione fra l’apparente serenità del contesto e il dramma che contiene), i personaggi non solo sentono questa presenza oscura, abissale, inquietante ed incomprensibile, ma addirittura le vanno incontro nei modi più diversi (“più in là del futuro c’è il passato”).

Assieme a questa ricerca del segno che un avvenimento ha lasciato nella storia di una persona soggiace l’idea, l’intuizione, il sospetto che pur se condannati alla libertà, come direbbe Sartre, riproduciamo in realtà le esperienze dei nostri antenati in scenari differenti. Perché gli scenari sono inevitabilmente diversi (c’è chi emigra e i suoi figli e nipoti vivono in un altro paese; la storia ha cambiato alcuni aspetti visibili, come la tecnologia, ecc.), però nel fondo, in quelle profondità esistenziali che davvero contano, non stiamo facendo altro che ripetere la vita dei nostri progenitori, dei nostri antenati, senza saperlo. Ovverosia, esattamente come un lettore sente ciò che sente lo scrittore quando riesce il miracolo della comunicazione e l’empatia, i nostri sentimenti, le nostre ansie, le nostre paure, amori, speranze non si discostano poi così tanto da quelle di tutti gli altri, ed è questo ciò che fa di noi un essere collettivo, come se fosse l’unico modo di valicare i rigidi limiti, le alte muraglie dell’io, colui che sono e che di impedisce di essere altri. Questo è qualcosa che l’arte può riuscire a fare, almeno per un momento, almeno per un attimo breve come l’eternità. E ritorna qui, seppure per altri motivi, quanto al principio del romanzo: “più in là del futuro c’è il passato”.

Appropriazione e comprensione, dicevi. Il romanzo – quantunque lo stesso discorso valga anche per altre forme artistiche – sembrerebbe manifestare qui una delle sue più fondamentali vocazioni: essere un’elaborazione “situata”, per così dire, della criticità esistenziale. Una criticità che intravede nel romanzo un’opportunità di rappresentarsi e riconoscersi, ma anche di provare percorsi alternativi e preparare nuove vie d’uscita, e questo perché si rifiuta di essere isolata dall’esistenza che la sperimenta – amore, paura, angoscia, speranza non possono esistere altrimenti che così, in relazione cioè ad una biografia. C’è forse qui una tensione, epistemologica e metodologica, fra letteratura e psicologia, che ben potremmo leggere a partire della distinzione proposta da Karl Jaspers fra spiegare e comprendere in quanto ottiche alternative sull’esistenza: la prima fondata sulla causalità, la seconda orientata invece al senso, che si mostra solo in quanto “situato”, ossia in (e a partire da) una biografia.

Nel caso del romanzo, per via del suo ambizioso potere di copertura, privo di limiti di estensione, sprovvisto di limiti formali ad eccezione dell’uso quasi esclusivo della parola, è un genere che può contenere tutti gli altri generi, come la poesia, il dramma e persino il saggio. D’altro canto, i personaggi, se sono personaggi umani, completi, sono esseri razionali ed irrazionali, esseri che pensano e che sentono. Eduardo Galeano applicava un’approssimazione “sentipensante” ai suoi saggi, alle sue storie. Il romanzo non è differente, salvo per il fatto che si tratta di fiction, ossia consiste nello sviluppo di uno o di diversi sogni, individuali e collettivi, attraverso uno stato di semi-incoscienza, un permanente navigare sul filo della frontiera fra razionale ed onirico. In fin dei conti, come la vita di chiunque di noi. Però il romanzo, così come altre forme d’arte, ha la capacità di esporre un dramma, emozioni superficiali e profonde, al tempo stesso in cui mantiene una certa distanza per far sì che lo scrittore e, soprattutto, il lettore, possano sognare ad occhi aperti, possano affrontare una situazione esistenziale con una capacità speciale di sentirla, ricordare e riflettere sulla situazione stessa. In un mondo abbrutito dal consumismo e dalla semplificazione del mercato, all’arte, o per lo meno all’arte che non viene prodotta meramente per la vendita, corrisponde questa missione di ri-umanizzazione.

Rispetto a quanto dici intorno alla tensione fra letteratura e psicologia, credo che entrambe, letteratura e psicologia, condividano molti aspetti, così come quando parliamo di letteratura e politica, letteratura e sesso, ecc. Difatti la psicologia è, come la religione, letteratura con le sue proprie condizionanti. Stesso discorso per la letteratura: è impossibile (o l’esperimento non varrebbe la pena) creare un personaggio senza una determinata psicologia, senza identità. In alcuni romanzi, come Delitto e castigo di Dostoevskij o certuni di Charles Bukowski, questo fattore può essere centrale mentre in altri può essere meno importante, come succede in certi romanzi di mistero confezionati per la vendita (dove il puzzle causa-effetto è più importante della motivazione dell’assassino), o può essere un’elaborazione subliminale, come succede nelle favole o nelle leggende. D’altra parte, come abbiamo detto l’anno scorso in occasione di una relazione per il tuo Congresso, credo che dalla narrazione scaturì la coscienza del mondoPoter ordinare gli eventi in un ordine causale o magico, logico o assurdo, significa catturare ciò che eccede la nostra vista, ciò che non si può toccare, e che tuttavia definisce l’esistenza, il più grande mistero di tutti: la coscienza. Nel mio ultimo romanzo, ancora inedito, il personaggio principale fa il check out in albergo e vede una pietra sul banco della reception. La repectionista gli dice che è un pezzo di asteroide. Il personaggio non riesce a spiegarsi per quale ragione un pezzo di pietra scura rappresenti un profondo interrogativo esistenziale: ha viaggiato durante milioni di anni, cieca, attraverso uno spazio morto, e in questo momento “esiste” dinanzi alla coscienza ed alla perplessità di quell’essere di un sol giorno, che siamo noi esseri umani. Si possono scrivere (e difatti si sono scritti) centinaia di libri filosofici e psicologici su questo tema, però credo che quel momento espresso dalla perplessità fugace di un essere insignificante possiede una forza ed una rivelazione che non possiamo spiegare in modo razionale né capire completamente. Il personaggio non trova le parole e, perciò, la coscienza, come l’esistenza di quella pietra, si dissolve nell’inconscio o nel nulla.

Se la coscienza del mondo si attorciglia (anche) attorno ad un tessuto narrativo, narrare è forse qualcosa di simile ad un istinto, una pragmatica dell’esistenza; però anche un balsamo, un antidoto all’agorafobia del mondo. Viene a proposito l’asteroide del tuo nuovo romanzo: rappresentazione di un’intrusione, di una provocazione, di una breccia nell’ordine narrativo vigente fino alla caduta dell’asteroide stesso; breccia destabilizzante, insostenibile e richiama chiaramente una sfida, al punto che la comprensione dell’asteroide nella consciousness zonesembrerebbe implicare, ipso facto, un processo orientato asintoticamente ad una ricostruzione possibile del tessuto narrativo che avvolge la coscienza. Ci sono però letterature che sembrano remare nella direzione diametralmente opposta, poetiche animate non da una tensione inclusiva (e in un certo senso ri-ordinatrice), bensì da un’espansione mistica (penso ad Alain Fournier o anche a Eugenio Montale). Tornando alla metafora, una cosa è “invitare” (narrativamente parlando) l’asteroide a far parte della comunità degli oggetti riconosciuti, altra cosa è afferrarsi all’irriconoscibile per riaffermarlo come tale e, attraverso di lui, cercare di “vedere”. Mi sembra che nel primo caso – riprendo qui qualcosa che dicevi più sopra – la parola disegni l’orizzonte amplissimo del romanzo, mentre nel secondo la parola continui ad essere un limite, però nel senso di un’insufficienza; mi pare, detto altrimenti, che nel primo caso l’esperienza narrativa sia immediatamente psico-terapeutica, mentre nel secondo sia religiosa. Se così fosse, che possibilità ci sono dinanzi all’asteroide? Che possibilità ha la letteratura di non dover scegliere fra tacere, à la Wittgenstein, o addentrarsi in nuove teologie negative? Tertium non datur?

Il “tertium non datur” si può applicare solo alla logica, o agli asteroidi. Non alla letteratura, non alla vita. D’altro canto, narrare potrebbe essere un impulso, una necessità, una facoltà prodotta dall’evoluzione come lo è il linguaggio stesso, però non necessariamente un istinto.

Como abbiamo detto prima, la differenza fra saggio e fiction risiede nel fatto che quest’ultima esplora fondamentalmente l’emotivo, l’emozione, e, per tanto, quelle zone dell’umano che hanno profonde radici nell’inconscio. Tuttavia (e qui troviamo un apparente paradosso) questa spiegazione si fa con uno strumento che trascina i fenomeni inconsci verso la coscienza. La differenza? La narrativa accademica, analitica o saggistica, utilizza mezzi razionali e il suo oggetto è comprendere un problema razionalmente. La fiction utilizza mezzi sensibili ed il suo oggetto è appropriarsi del fenomeno in maniera sensibile. Quando raccontiamo un sogno, traduciamo un fenomeno sperimentato in forma puramente emotiva, assurda ed irrazionale in un ordine narrativo, collocandolo in differenti livelli: a) ad un livello ancora sensibile (la narrativa, il racconto), o b) ad un livello razionale (psicanalisi, per esempio). Certo che la narrativa di fantasia, come la pittura, come la matematica, come il sesso, possano essere effettivamente psicoterapeutici, catartici nel senso dell’antica tragedia greca e della più recente pratica psicanalitica. Però la letteratura è tale per via di “qualcosa in più” che è molto difficile spiegare razionalmente. È questo “qualcosa in più” che segna la differenza fra un uomo vivo e il suo cadavere. Questo “qualcosa in più” è molteplice e include anche la sua volontà di negazione, come l’idea impossibile di svuotare di significato le parole attraverso la loro ripetizione, come in un rosario che viene ripetuto a memoria mille volte, o il mero piacere della composizione di parole, ecc. La volontà e la necessità di creazione (che è sempre la forma più radicale di libertà) è un altro componente della letteratura, come lo è di qualsiasi arte, di qualsiasi filosofia, di qualsiasi scienza e di qualsiasi altra attività elevata dell’intelletto e dello spirito umano.

La riflessione, la perplessità di una persona o di un personaggio dinanzi ad un frammento di asteroide (che esiste, che è esistito durante milioni di anni, però non ha coscienza, non ha senso, come non avrà senso l’Universo quando avremo smesso di esistere, di sentirlo e di pensarlo) può solo rivelare i limiti della comprensione e della percezione umana: siamo come molluschi rinchiusi nei loro gusci in fondo al mare. Molluschi, ma con perle.

Un’ultima considerazione a proposito dei “giorni segnati”, in quanto occasione per evocare il tema – implicito nel tuo discorso – del potere della letteratura sulla psiche…

Prima di terminare con la domanda, permettimi di fare una precisazione su questo punto. Da almeno vent’anni a questa parte, nel contesto tanto dell’analisi accademica quanto del romanzo, stiamo riflettendo e lavorando sull’idea che la letteratura non è solo una forma di esplorazione della natura umana più profonda, bensì che la realtà sociale ed individuale è organizzata dalla forza di fictionfondatrici. Ciò che in altri momenti storici si chiamava “mito”, ossia quella rappresentazione fittizia che non sembra tale a chi vi è immerso, quando uno ne è personaggio. Per questo i miti si considerano sempre degli altri. Io direi che il primo aspetto, quello dell’esplorazione, è il più nobile dell’arte, mentre il secondo viene abitualmente usato dalla politica e, in forma cosciente ed incosciente, è uno strumento di manipolazione di certi gruppi a beneficio di altri. Recentemente, il best seller e storico Yuval Noah Harari ha girato il mondo ripetendo che la differenza fra gli uomini ed il resto degli animali, ciò che ci rende potenti, è la nostra capacità di creare e condividere rappresentazioni fittizie (religioni, ideologie) capaci di organizzare grandi società più in là della tribù. Nulla di nuovo, in realtà. Lo sapevamo già da molto tempo, grazie a vari studi accademici realizzati negli ultimi dieci anni, e molte volte abbiamo posto l’accento sul fatto che il vantaggio dei nostri principali antenati, i Cro-Magnon, sui nostri cugini, i Neanderthal, fu che i primi erano in grado di credere in storie, dei e rappresentazioni fittizie, mentre i secondi, i perdenti, gli sterminati, erano troppo realisti. L’idea della “realtà della finzione” è presente anche nel libro Critica della passione pura (1998) e in articoli come “L’intelligenza collettiva” (2007), “Il realismo magico della macroeconomia” (2010), è centrale nel libro di analisi semantica La narrazione dell’invisibile (2005) o in Cyborgs(2010, per esempio “I limiti della fede”). Ora, non come saggisti bensì come romanzieri, ci interessa quasi esclusivamente il primo elemento: l’esplorazione e la rivelazione di ciò che, paradossalmente, chiamiamo “creazione”. Dico “paradossalmente” perché la vera creazione è la fiction che non si chiama fiction: la narrazione politica, ideologica e mitologica della realtà, la fiction che crea realtà. Probabilmente non la chiamiamo “creazione” o “invenzione” perché è quasi sempre un’opera collettiva, un delirio collettivo, e raramente l’opera di un solo individuo.

Tornando ai “giorni segnati”, il fatto che gli avvenimenti rivelino solo di rado, immediatamente, la loro reale influenza sulla rotta di una biografia, fissa – mi pare – attorno alla stessa un orizzonte occulto che, a seconda del carattere della persona che lo abita, risveglierà un’angoscia paralizzante o, al contrario, un’apertura liberatrice verso il futuro.

I “giorni segnati”, tema di fondo di El mar estaba sereno, possono definire una vita senza che i suoi protagonisti, fittizi o reali, siano coscienti delle loro decisioni o delle loro esperienze nel momento cruciale. Personalmente, penso che tutti siamo soggetti a momenti decisivi. Basterebbe considerare un caso molto comune e poco drammatico, come l’incontro fortuito fra due giovani che poi si sposeranno, avranno dei figli e costruiranno o distruggeranno una vita, una storia. I decenni a venire dipendono da un breve istante, da una semplice decisione. L’idea arbitraria di destino è un’altra rappresentazione fittizia che pretende di dare un senso unitario e una tranquillità metafisica all’esistenza (l’idea di una fatalità e inevitabilità come consolazione psicologica e intellettuale) ad una realtà che ci offre mille alternative in ogni minuto. Tutto qui. Ora, per me la riflessione o l’empatia letteraria possono proporzionare tutta la gamma di emozioni possibili, dalla depressione all’euforia, ma persino l’opera più oscura, quella che sembra deprimente, come Il pozzo di Onetti oLa nausea di Sartre, in quanto arte, non hanno un effetto depressivo bensì liberatorio. Conoscerci è liberarci.

A questo punto mi viene da chiederti se pensi che un lettore del tuo romanzo possa trovare in esso uno contesto in cui modulare costruttivamente gli eccessi di queste inclinazioni, farle diventare meno irriflessive, meno automatiche. Detto altrimenti e più in generale: credi che un romanzo possa aiutare ad affrontare ed a ricontestualizzare, per esempio, la paura di sbagliare che anticipa e accompagna ogni decisione destinata a segnare un cambiamento importante nella vita? (Questo, naturalmente, senza voler suggerire in modo alcuno una lettura strumentale della letteratura.)

No, non credo. Ma non credo neppure nella neutralità esistenziale della letteratura e dell’arte in generale (questo è precisamente ciò che ha imposto il mercato), bensì tutto il contrario. Nel Medioevo e mille anni prima, nell’antichità, le storie erano moralizzanti. I racconti del Conte Lucanor (quest’ibrido fra l’europeo e l’arabo, fra il cristiano, il musulmano e l’ebreo) terminavano con una morale. In inglese non c’è neppure un termine specifico per “morale”. Dicono “morale della storia”. Oggi, questa risorsa sarebbe demolita in quanto pacchiana. Le mille e una notte (quella meraviglia dell’immaginazione araba, con alcune lacune che produce la distanza temporale) la morale non era così esplicita, e tuttavia veicolava un messaggio morale. Secoli prima, la tragedia greca assolveva un certa funzione pedagogica rispetto al destino, la fortezza psicologica e certe esperienze morali. Quando non era catartica, cioè terapeutica. L’arte moderna, dal Rinascimento in avanti, separò l’etica dall’estetica fino a concentrarsi solo sull’estetica (“l’arte per l’arte”). Credo che la fiction, soprattutto il romanzo, essendo un genere ibrido, totalizzatore, integri o possa integrare tutto ciò che è rilevante rispetto all’esperienza umana, usando però le risorse interiori del lettore (emozioni, idee), non per educare, bensì per esplorare e liberare. Non credo nel romanzo o nel libro di racconti in quanto strumento diretto di aiuto, come del resto ti premuri di avvertire in coda alla tua domanda. Forse perché non credo neppure per un centimetro nella letteratura d’auto-aiuto, che gli unici che ha aiutato finora sono stati gli autori e le case editrici. Per lo meno non più di quanto creda nella confessione con il parroco o con lo psicanalista. Credo, questo sì, nella letteratura come potente mezzo di rivelazione e guarigione; fra le altre cose, chiaro, visto che la sua missione non è né curare né moralizzare.

Come ha funzionato tutto ciò su te stesso, come uomo e come scrittore?

Io mi sono salvato grazie alla letteratura (questo l’ha detto Ernesto Sábato e devo ripeterlo per far riferimento al mio caso personale), non però per la scrittura catartica bensì per la lettura appassionata. Quando ero un giovane disperso nel mondo, nel mio solitario dormitorio di studente, torturato dalle mie paure sociali, dalla mia ripugnante insignificanza, i libri mi hanno insegnato che il mondo è una rappresentazione fittizia, sociale e collettiva, prodotto di una distorsione (creazione) individuale: non mi riferisco alla pietra contro la quale inciampiamo, alla mancanza di cibo durante cinque giorni, ma a quasi tutto il resto: tutta questa storia del prestigio degli altri, dell’importanza di certe cose, di certe posizioni sociali, del futuro, del dovere, della vergogna di essere un personaggio ridicolo, dell’onore che vendono le cerimonie ufficiali… Tutte queste finzioni sociali, questi sogni collettivi. La letteratura aiuta a maturare, a vedere il mondo da molteplici punti di vista e a togliere importanza alle cose che non ne hanno se non grazie alla propria finzione. Ci sono ben poche cose realmente importanti in questo mondo e probabilmente nessuna lo è davvero. In altri termini, la letteratura innalza, e quando uno si trova al fondo di un pozzo psicologico o esistenziale, la unica forma di venirne fuori è innalzarsi.

Premio Letterario Internazionale Indipendente © 2013 – 2019

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CF 94078090019

 

 

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Creo en la literatura como poderoso revelador y sanador aunque su misión no sea ni curar ni moralizar

Alberto Asero dialoga con el escritor uruguayo Jorge Majfud sobre El mar estaba sereno, novela finalista de la sexta edición (2018) del Premio Literario Internacional Independiente

Todos tenemos algún día marcado y, por eso, más allá del futuro nos espera siempre el pasado.

El mar estaba sereno, Izana Editores, Madrid 2016.

 

En El mar estaba sereno abordas un tema que, a pesar de su enorme relevancia existencial, muy rara vez despierta la reflexión de las personas: los acontecimientos que fijan el rumbo de una biografía suelen pasar desapercibidos en el momento, mostrando su verdadero alcance a veces muchos años después, retrospectivamente. ¿Por qué afrontar este tema en una novela y no, por ejemplo, en un ensayo?

Ese, como tantos otros problemas, sólo se pueden abordar en profundidad en una novela, es decir, en esa forma de ficción donde el escritor explora sus intuiciones más persistentes y trata de aclararlas, no desde un punto de vista racional sino emotivo. Uno puede hablar siglos sobre el amor, el miedo, la angustia, la esperanza, pero si no se enfrenta a esas emociones en una obra de arte no puede completar eso que podríamos definir como aprehensión y comprensión. Ni siquiera la experiencia personal, directa de esas emociones, de esos sentimientos es suficiente para aproximarnos a la naturaleza del fenómeno, ya que cuando estamos envueltos por los eventos del presente (sobre todo cuando esos eventos y ese presente son intensos, dramáticos) no podemos tener ni la claridad, ni la serenidad, ni la distancia para reflexionar y re-sentir sobre esa parte más profunda y más auténtica de la naturaleza humana. Dicho esto, claro que podemos hacer una síntesis más o menos racional de lo que pensamos del mismo fenómeno, como forma de introducción limitada y precaria del fenómeno.

¿Esta necesidad de remitirnos al arte para enfrentar sentimientos y emociones vale también cuando se trata de recuperar, por así decirlo, el hilo de la propia vida – los “días marcados”?

En El mar estaba sereno, los “días marcados” son aquellos días, aquellos momentos en la vida de cualquier individuo que en su momento pasaron inadvertidos pero que significaron un cambio radical en la vida de una persona (en este caso de un personaje) o la definición de un destino. En muchos casos, esos días marcados no sólo pasaron inadvertidos para cada individuo que los vivió (una decisión, una negligencia), sino que permanecieron ocultos a la conciencia y a la memoria, sobre todo cuando ocurren a una edad muy temprana, pero que permanecen en cada uno como una inquietud, como la persistencia de un temor, de una obsesión, de una fijación emocional. En El mar estaba sereno (el título refiere a la contradicción entre la aparente serenidad del contexto y el drama que contiene), los personajes no sólo sienten esta presencia oscura, submarina, inquietante e incomprensible, sino que van al encuentro de ella de diferentes formas (“más allá del futuro está el pasado”).

Simultáneamente a esta búsqueda de la marca que produjo un acontecimiento en la historia individual, subyace también la idea, la intuición, la sospecha de que a pesar de que estamos condenados a la libertad, como diría Sartre, por otro lado reproducimos las experiencias de nuestros antepasados en diferentes escenarios. Porque los escenarios son inevitablemente diferentes (alguien emigra y sus hijos y nietos viven en otro país; la historia ha cambiado algunas cosas visibles, como la tecnología, etc.) pero en el fondo, en esas profundidades existenciales que más importan, solo estamos repitiendo la vida de nuestros progenitores, de nuestros antepasados, sin saberlo. Es decir, de la misma forma que un lector siente lo que siente el escritor cuando se logra el milagro de la comunicación y la empatía,nuestros sentimientos, nuestras ansiedades, nuestros miedos, amores, esperanzas no difieren mucho de los otros y es esto lo que nos hace un ser colectivo, como si fuese la única forma de traspasar los límites rígidos, las altas murallas del yo, ese que soy y que me impide ser otros. Eso es algo que el arte puede lograr, al menos por un momento, al menos por un tiempo tan breve como la eternidad. Otra vez, y por una razón diferente, lo del principio de la novela: “más allá del futuro está el pasado”.

Aprehensión y comprensión, decías. La novela – pero lo mismo valdría también para otras formas artísticas – parecería manifestar aquí una de sus vocaciones fundamentales: ser elaboración “situada”, por así decirlo, de la criticidad existencial. Una criticidad que vislumbra en la novela una oportunidad de representarse y reconocerse, pero también de reintentar caminos y preparar nuevas salidas, porque se rehúsa a ser aislada de la existencia que la experimenta – amor, miedo, angustia esperanza no pueden existir de otra manera, desde luego, que en relación a un ser biográfico. Hay quizás aquí una tensión, epistemológica y metodológica, entre literatura y psicología, que bien podríamos leer a partir de la distinción propuesta por Karl Jaspers entre explicación y comprensión en tanto ópticas alternativas sobre el acontecer existencial: la primera arraigada en la lógica de la casualidad, que reenvía al organismo, y la segunda orientada al sentido, que sólo se muestra “situado”, es decir en (y desde) una biografía.

En el caso de la novela, por su ambicioso poder de cobertura, sin límites de extensión, sin límites formales más allá del uso casi exclusivo de la palabra, es un género que puede contener a los demás géneros como la poesía, el drama y hasta el ensayo. Por otra parte, los personajes, si son personajes humanos, completos, son seres racionales e irracionales, seres que piensan y que sienten. Eduardo Galeano aplicaba una aproximación “sentipensante” a sus ensayos, a sus historias. La novela no es diferente, excepto que es ficción, es decir, es el desarrollo de uno o de varios sueños, individuales y colectivos, a través de un estado de seminconsciencia, un permanente navegar por una frontera entre lo racional y lo onírico. En fin, como la vida de cualquiera. Pero la novela, como otras formas de arte, tiene esa capacidad de exponer un drama, emociones superficiales o profundas, al tiempo que mantiene cierta distancia para que el escritor y, sobre todo, el lector, puedan soñar despiertos, puedan enfrentarse a una situación existencial con una capacidad especial para sentirla, rememorar y reflexionar sobre esa situación. En un mundo embrutecido por el consumismo y la simplificación del mercado, el arte, al menos el arte que no se produce meramente para vender, tiene esta misión de rehumanización.

Con respecto a lo que dices sobre la tensión entre literatura y psicología, creo que ambos, literatura y psicología, comparten muchos aspectos, de la misma forma que cuando hablamos de literatura y política, literatura y sexo, etc. De hecho, la psicología es, como la religión, literatura con sus propias condicionantes. Igual la literatura: es imposible (o el experimento no valdría la pena) crear un personaje sin una determinada psicología, sin una identidad. En algunas novelas, como Crimen y Castigo de Dostoievski o alguno de Charles Bukowski, este factor puede ser central y en otros menos importante, como en alguna novela de misterio fabricada para la venta (donde el puzle causa-efecto es más importante que la motivación del asesino), o puede ser una elaboración subliminal, como es el caso de los cuentos de hadas o de las leyendas. Por otro lado, como lo dijimos el año pasado en una presentación de video para tu Congreso, creo que de la narración surgió la conciencia del mundo. El poder de ordenar los eventos de una forma causal o mágica, lógica o absurda, significa la captura de aquello que está más allá de nuestros ojos, lo que no se puede tocar, pero define la existencia, el mayor misterio de todos: la conciencia. En mi última novela, aun inédita, el personaje principal va a hacer el check out en el hotel y ve una piedra sobre la mesa de la recepción. La recepcionista le dice que es un pedazo de asteroide. El personaje no encuentra forma de explicarse por qué ese pedazo de piedra oscura representa un profundo interrogante existencial: ha viajado por millones de años, ciega, por un espacio muerto, y en ese momento “existe” ante la conciencia y la perplejidad de ese ser de un día, que somos los humanos. Se pueden escribir (y de hecho se han escrito) cientos de libros filosóficos y psicológicos sobre este tema, pero creo que ese momento expresado por la perplejidad fugaz de ser insignificante posee una fuerza y una revelación que no podemos explicar de forma racional ni entender de forma completa. El personaje no encuentra las palabras y, por lo tanto, la conciencia, como la existencia de esa piedra, se diluye en el inconsciente o en la nada.

Si la conciencia del mundo se enrosca (también) alrededor de un tejido narrativo, narrar ha de ser algo como un instinto, una pragmática de la existencia; pero también un bálsamo, un antídoto contra la agorafobia del mundo. Viene al caso el asteroide de tu nuevo trabajo: representación de una intrusión, de una provocación, de una brecha en el orden narrativo vigente hasta la caída del mismo asteroide; brecha desestabilizadora, insostenible y por supuesto desafiante, al punto que la comprensión del asteroide en la consciousness zone parecería implicar, ipso facto, un proceso orientado asintóticamente hacia una reconstrucción posible del tejido narrativo que cobija la conciencia. Hay sin embargo literaturas que parecerían bogar en la dirección diametralmente opuesta, poéticas animadas no por una tensión incluyente (y, en cierto sentido, re-ordenadora), sino por una expansión mística(pienso en Alain Fournier o también en Eugenio Montale). Volviendo a la metáfora, una cosa es “invitar” (narrativamente) el asteroide en la comunidad de los objetos re-conocidos, otra es aferrarse a lo irreconocible para reafirmarlo como tal y, a través de él, intentar “ver”. Me parece que en el primer caso – y retomo aquí algo que decías más arriba – la palabra diseñe el horizonte amplísimo de la novela, mientras que en el segundo la palabra siga siendo límite, pero en el sentido de insuficiencia; me parece, dicho de otra forma, que en el primer caso la experiencia narrativa sea inmediatamente psico-terapéutica, mientras que en el segundo sea religiosa. Si así fuera, ante el asteroide, ¿qué posibilidades hay?, ¿qué posibilidades ha la literatura, de no tener que escoger entre callar, à la Wittgenstein, y adentrarse en nuevas teologías negativas? ¿Tertium non datur?

El “tertium non datur” sólo se puede aplicar a la lógica, a los asteroides. No a la literatura, no a la vida. Por otro lado, narrar podría ser un impulso, una necesidad, una facultad producto de la evolución como lo es el mismo lenguaje oral, pero no necesariamente un instinto.

Como dijimos antes, la diferencia entre el ensayo y la ficción radica en que esta última explora fundamentalmente lo emotivo, lo emocional y, por lo tanto, aquellas zonas humanas que tienen profundas raíces en lo inconsciente. Sin embargo (y aquí está la aparente paradoja) esa explicación se hace con un instrumento que arrastra los fenómenos inconscientes a la conciencia. ¿La diferencia? La narrativa académica, analítica o ensayística, utiliza medios racionales y su objetivo es comprender un problema racionalmente. La narrativa de ficción utiliza medios sensibles y su objetivo es aprehender el fenómeno de forma sensible. Cuando contamos un sueño estamos trayendo un fenómeno experimentado de forma puramente emocional, absurda, irracional al orden narrativo y lo colocamos en diferentes niveles: a) en un nivel aún sensible (la narrativa, el cuento) o b) en un nivel racional (psicoanálisis, por ejemplo). Claro que la narrativa de ficción, como la pintura, como las matemáticas, como el sexo, pueden ser psico-terapéuticos, catárticos en el sentido de la antigua tragedia griega y la más reciente práctica psicoanalítica. Pero como literatura, es literatura por un “algo más” que es muy difícil explicar racionalmente. Es ese “algo más” que diferencia a un hombre vivo de su cadáver. Ese “algo más” es múltiple e incluye, incluso, su voluntad de negación, como la idea imposible de vaciar de significado las palabras a través de la repetición, como en un rosario que se repite de memoria mil veces, o el mero placer de la composición de palabras, etc. La voluntad y la necesidad de creación (que es siempre la forma más radical de libertad) es otro de los componentes de la literatura, como los es de cualquier arte, de cualquier filosofía, de cualquier ciencia y de cualquier otra actividad elevada del intelecto y del espíritu humano.

La reflexión, la perplejidad de una persona o de un personaje ante un trozo de asteroide (que existe, que ha existido por millones de años, pero no tiene conciencia, no tiene sentido, como no tendrá sentido el Universo cuando dejemos de existir, cuando dejemos de sentirlo y de pensarlo) sólo puede revelar los límites de la comprensión y de la percepción humana: somos como moluscos encerrados en sus corazas en el fondo del mar. Moluscos, pero con perlas.

Una última consideración a propósito de los “días marcados”, como ocasión para evocar el tema – implícito en tu discurso – del poder de la literatura sobre la psique…

Antes que completes tu pregunta, déjame hacer una anotación sobre ese punto. Desde hace por lo menos veinte años venimos reflexionando y practicando, tanto en el análisis académico como en la novela, la idea de que la literatura no es sólo la exploración de la naturaleza humana más profunda sino que la realidad social e individual están organizadas por la fuerza de ficciones fundadoras. Lo que en otro momento de la historia se llamaban “mitos”, es decir, aquella ficción que no parece tal cuando uno está inmersa en ella, cuando uno es un personaje. Por eso los mitos siempre se consideran cosa de los otros. Yo diría que el primer aspecto, el de exploración, es el más noble del arte, mientras el segundo suele ser usado por la política y, de forma consciente e inconsciente, es un instrumento de manipulación de unos grupos en beneficio de otros. Recientemente el best seller e historiador Yuval Noah Harari ha recorrido el mundo repitiendo que la diferencia entre los humanos y el resto de los animales, aquello que nos hace poderosos, es nuestra capacidad de crear y compartir ficciones (religiones, ideologías) capaces de organizar grandes sociedades más allá de la tribu. Esto, en realidad no es algo nuevo. Ya sabíamos de mucho antes por varios estudios académicos de los últimos diez años, y varias veces pusimos el acento en el hecho de que la ventaja de nuestros principales antepasados, los cromañones sobre nuestros primos, los neandertales fue que los primeros tenían la capacidad de creer en historias, dioses y ficciones mientras los segundos, los perdedores, los exterminados eran demasiado realistas. Incluso la idea de la “realidad de la ficción” está en el libro Critica de la pasión pura (1998) y en artículos como “La inteligencia colectiva” (2007), “El realismo mágico de la macroeconomía” (2010), es central en el libro de análisis semántico La narración de lo invisible (2005) o en Cyborgs (2010 , e.g. “Los límites de la fe”). Ahora, no como ensayistas sino como novelistas, nos interesa casi exclusivamente el primer elemento: la exploración y la revelación de lo que es que, paradójicamente, llamamos “creación”. Digo “paradójicamente” porque la verdadera creación está en la ficción que no se llama ficción: en la narración política, ideológica y mitológica de la realidad, la ficción que crea realidad. Probablemente no la llamamos “creación” o “invención” porque casi siempre es una obra colectiva, un delirio colectivo y rara vez la obra de un solo individuo.

Volviendo a los “días marcados”, el hecho de que los acontecimientos muy rara vez revelen de inmediato su real influencia sobre el rumbo de una biografía, fija – me parece – alrededor de la misma un horizonte oculto que, dependiendo del carácter de la persona que lo habite, despertará una angustia paralizante o, al opuesto, una liberadora abertura hacia el futuro.

“Los días marcados” que aparece como tema en El mar estaba sereno pueden definir una vida sin que sus protagonistas, ficticios o reales, sean conscientes de sus decisiones o de sus experiencias en el momento crucial. Personalmente creo que todos estamos sujetos a momentos decisivos. Bastaría con considerar un caso muy común y poco dramático, como puede serlo el encuentro fortuito de dos jóvenes que luego se casan, tienen hijos y construyen o destruyen una vida, una historia. Las décadas restantes dependen de un breve instante, de una simple decisión. La arbitraria idea de destino es otra ficción que pretende darle cierto sentido unitario y tranquilidad metafísica a la existencia (la idea de fatalidad e inevitabilidad como consuelo psicológico e intelectual) a una realidad que nos ofrece miles de opciones a cada minuto. Así todo. Ahora, para mí la reflexión o la empatía literaria puede proveer toda la gama de emociones posibles, desde la depresión a la euforia, pero incluso la obra más oscura, aquella que parece depresiva como El Pozo de Onetti oLa Nausea de Sartre, en cuanto arte, no tiene un efecto depresivo sino liberador.Conocernos es liberarnos.

Ahora bien, ¿crees que un lector de tu novela pueda encontrar en ella un escenario que le permita modelar constructivamente los excesos de estas actitudes, volverlas menos irreflexivas, menos automáticas? ¿Crees que una novela pueda ayudar a enfrentar y recontextualizar, por ejemplo, el miedo al error que anticipa y acompaña toda decisión destinada a marcar un cambio importante en la vida? (Todo esto, naturalmente, sin de ninguna manera sugerir una lectura instrumental de la literatura.)

No, no creo. Pero tampoco creo en la neutralidad existencial de la literatura y del arte en general (eso es, precisamente lo que ha impuesto el mercado), sino todo lo contrario. En la Edad Media y mil años antes, en la antigüedad, las historias eran moralizadoras. Los cuentos del Conde Lucanor (esa hibridez entre lo europeo y lo árabe, entre lo cristiano, lo musulmán y lo judío) tenían una moraleja final. En inglés ni siquiera tienen un término específico para “moraleja”. La llaman “moral de la historia”. Hoy, ese recurso sería demolido por cursi. En Las mil y una noches (esa maravilla de la imaginación árabe, con algunas incorrecciones que produce la distancia del tiempo) las moralejas no eran tan explicitas, pero llevaban un mensaje moral también. Siglos antes, la tragedia griega cumplía cierta función pedagógica en cuanto al destino, la fortaleza psicología y ciertas experiencias morales. Cuando no era catártica, es decir, terapéutica. El arte moderno, incluso desde el Renacimiento, separó la ética de la estética hasta centrarse solo en la estética (“el arte por el arte”). Yo creo que la ficción, sobre todo la novela, al ser un género hibrido, totalizador, integra o puede integrar todo lo que es relevante en la experiencia humana pero usando los recursos interiores del lector (emociones, ideas), no para educar sino para explorar y liberar. No creo en una novela o en un libro de cuentos como instrumentos directos de ayuda, como bien lo adviertes luego de tu pregunta. Tal vez porque no creo ni un centímetro en la literatura de autoayuda que a los únicos que ha ayudado hasta ahora ha sido a sus autores y a las editoriales. Al menos no más que la confesión con el cura o el psicoanalista. Sí creo en la literatura como poderoso revelador y sanador; entre otras cosas, claro, porque su misión no es ni curar ni moralizar.

¿Cómo ha funcionado todo eso en tu caso personal, como hombre, como escritor?

Yo me salvé gracias a la literatura (esto lo dijo Ernesto Sábato, y debo repetirlo para referirme a mi caso personal), pero no por la escritura catártica sino por la lectura apasionada. Cuando era un joven perdido en el mundo, en mi solitario dormitorio de estudiante, torturado por mis miedos sociales, por mi repugnante insignificancia, los libros me enseñaron que el mundo es una ficción, sea social, colectiva o producto de una distorsión (creación) individual: no me refiero a esa piedra con la que tropezamos, a la falta de comida por cinco días, sino a casi todo lo demás: todo eso del prestigio de los otros, de la importancia de ciertas cosas, de ciertas posiciones sociales, del futuro, del deber, de la vergüenza de ser un personaje ridículo, del honor que venden las ceremonias oficiales… Todo esas ficciones sociales, esos sueños colectivos. La literatura ayuda a madurar, a ver el mundo desde múltiples puntos de vista y a restarle importancia a las cosas que no la tienen más que por su propia ficción. Hay muy pocas cosas realmente importantes en este mundo y probablemente ninguna lo es. En otras palabras, la literatura eleva, y cuando uno está en un pozo psicológico o existencial, la única forma de salir de él es elevándose.

 

https://www.orizzonteatlantico.it/premio-literario-2018-majfud

Los fiscales anticorrupción brasileños no tenían pruebas contra Lula . Conspiraron para impedir la vuelta del PT al poder

qué más pruebas hacen falta para que los grandes medios digan que Lula, el líder más pupular de Brasil según las encuestas antes de las ultimas elecciones, es un preso político? qué hace falta para reconcer que en un par de años en Brasil hubo dos golpes de Estado?

Descuento para mayoristas

Hay un conocido dicho que dice: “Si le debes 100 dólares al banco, ese es tu problema. Si le debes 100 millones, ese es el problema del banco”.

Ahora, reemplacemos “si le debes” por “si asesinas”, dólares por gente y banco por justicia, y tendremos la lógica de lo que ha pasado historicamente en el mundo.

jm

Necesitamos un muro: más estadounidenses emigran a México que mexicanos a EE.UU.

More people are moving from the US to Mexico than the other way around

  • Data indicates that more immigrants are moving from the United States to Mexico than are moving from Mexico to the US.
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A construction crew works on the US side of the US-Mexico border fence as seen from Tijuana, Mexico, in April.
 Getty Images/Guillermo Arias
  • Data indicates that more immigrants are moving from the United States to Mexico than are moving from Mexico to the US.
  • From 2009 to 2014, 1 million Mexicans, including their American-born children, left the US for Mexico, according to the 2014 Mexican National Survey of Demographic Dynamics, cited by the Pew Research Center.
  • The trend is an increasingly significant phenomenon that has started to affect Mexico’s economy and culture.
  • Visit Business Insider’s homepage for more stories.

In a twist to the decades-long trend of Mexican immigrants journeying to the United States, data indicates that in recent years, more people have done the opposite, moving from the US to its southern neighbor in droves.

From 2009 to 2014, 1 million Mexicans, including their American-born children, left the US for Mexico, according to the 2014 Mexican National Survey of Demographic Dynamics, cited by the Pew Research Center.

US census data also shows that in that same period, 870,000 Mexicans migrated to the United States, Pew said.

In May, Mexico’s statistics institute estimated that there were at least 799,000 US-born people living in Mexico — that’s four times as many as in 1990 and probably an underestimate, according to The Washington Post.

Why Mexicans are returning home and why Americans are going with them

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A man walking on the Mexican side of the US-Mexico border.
 Getty Images/Mario Tama

There are a couple of reasons that more people are returning to Mexico than are migrating to the United States, but the main one is the US economy’s slow recovery from the 2008 financial crisis, according to Pew.

Read more: The Trump administration’s tough border policies could be worsening a thriving black market of smugglers that’s only growing more sophisticated, experts say

Beyond that, Mexicans have an increasingly optimistic view of their lives south of the US-Mexico border.

A 2015 Pew survey found that 48% of Mexican adults said they believe life is better in the US, and 33% said they believe it is neither better nor worse than life in Mexico — 10 percentage points higher than in a 2007 survey.

The migration trend has affected life in Mexico, with American immigrants helping to boost local Mexican economies and transform neighborhoods and schools, The Post reported.

“It’s beginning to become a very important cultural phenomenon,” the Mexican foreign minister, Marcelo Ebrard, told The Post. “Like the Mexican community in the United States.”

Most Americans living in Mexico are unauthorized immigrants

mexico city
Mexico City.
 Anton_Ivanov/Shutterstock

2015 study from Mexico’s National Institute of Statistics and Geography found that the vast majority of Americans living in Mexico were unauthorized immigrants or had errors with their paperwork.

But unlike the Trump administration, which has vowed to crack down on illegal immigration and deport those who don’t have valid visas or green cards, the Mexican government has largely shrugged off the issue.

“We have never pressured them to have their documents in order,” Ebrard told The Post.

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